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ÖZDEMIR INCE

Mediterraneo: poesia ed estetica

Mia madre, che era della città di Mersin, aveva una cugina che viveva in un paese dei monti del Tauro. Si chiamava Hapa, più esattamente Hapa la folle. Era ritenuta folle perché si sedeva all'ombra dei platani e dei noci a parlare e fumare con gli uomini. La ragione dell'aggettivo "folle" era quindi evidente, ma perché non portava un nome conosciuto come Ayshe, Fatma, Gulu? In Turchia esistono nomi regionali molto apprezzati, ma Hapa non era neanche di quelli. C'era in paese qualche altro nome straniero, ma non ero ancora in età di cercarne la ragione.
Circa trent'anni fa leggevo in un dizionario un articolo su Eracle. Fui colpito dal nome "Herakleia Pontika" (Eraclea del Ponte, in turco Karadeniz Ereglisi): infatti, per quanto ne so, esiste in Turchia una semi dozzina di piccole città e di borghi chiamati Ereºli (Eraclea). Col passare del tempo il greco "Heraklei" si è trasformato nel turco EreÞli così come "Iconion" in Konya e Cesarea in Kayseri. Un'altra parola, nel dizionario, mi colpì: "Hepa". Mi sono subito ricordato della cugina di mia madre, Hapa la folle. Accanto ad "Hepa" era scritto "Hepat", la principale dea ittita, chiamata anche Hepa o Hepata, la dea-sole di origine hurrita che si pensa sia all'origine della dea greca Ebe, figlia di Zeus e di Era, che ha sposato Eracle. E' probabile che sia uno dei diversi nomi di Cibele. Nelle iscrizioni ittite è detto che essa è adorata nel "paese dei cedri", il Libano e la Palestina. Epa è quindi Havva (Eva) stessa, designata nella Torah come moglie del primo uomo, Adamo, e madre di tutti gli uomini.
Dio santo! Il nome della nostra Hapa la folle era quindi quello di Eva, prima madre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Anche mia sorella si chiama Havva: la cugina di mia madre e mia sorella portano quindi lo stesso nome di Ava Gardner!
Ma che correlazione c'è tra tutto questo e il Mediterraneo, e, se esiste, l'estetica mediterranea? Veramente non lo so. Penso che fosse il 1980, uno dei tanti mesi di ottobre: dopo una buona cena ad Atene, nella Plaka alta, che dà sull'Acropoli, torno al mio albergo. E' quasi mezzanotte, ci sono pochissimi turisti nelle strade. Cammino per i vicoli stretti di Plaka verso piazza Syntagma: da lontano giunge una melodia che assomiglia alla musica del nostro Dede Effendi (1778-1846). Penso: che ci fa la musica classica ottomana a quest'ora della notte nel bel mezzo di Plaka? Cammino verso il luogo da cui proviene la musica, mi viene incontro la grande cattedrale. C'è la messa e alla porta una giovane donna distribuisce delle mandorle sgusciate: ne ha date anche a me. Si direbbe una festa tradizionale di fidanzamento o di nozze in Turchia.
Mi ricordo degli scritti dei musicologi: sembra che inizialmente la musica ottomana sia stata influenzata dalla musica sacra bizantina, per poi essa stessa influenzare la musica sacra ortodossa. E' la storia di una élite musicale. Le musiche popolari turca e greca si somigliano: si direbbero due sorelle gemelle. Se chiedessimo ai fanatici turchi, direbbero: "I greci l'hanno presa da noi", mentre i fanatici greci pretenderebbero il contrario. Si potrebbe chiedere loro, con i versi di Yunus Emre, poeta mistico del XIII secolo: "Un padrone ha le sue terre, l'altro le sue mule, ma all'inizio di chi erano?"
Nel mese di settembre 1998 ero in Marocco. Il ministero della cultura del regno marocchino mi ha offerto una collezione di CD: " Antologia Al-…la ", musica Andaloluso-Marocchina. Ho ascoltato i CD di ritorno a Istanbul. Sorpresa! Da un lato, musica religiosa che noi chiamiamo sufi, dall'altro, musica vicina a quella che chiamiamo turca. Ho chiesto agli intenditori. Alcuni hanno detto: "Questa musica dovrebbe essere giunta a noi con l'immigrazione degli ebrei sulle terre ottomane nel 1492" (ma è senza dubbio impossibile che sia nata unicamente così); altri hanno detto: "Una parte di questa musica è venuta da oriente verso occidente durante l'invasione dell'Africa del Nord e della Spagna da parte degli arabi". Ho sentito altre ipotesi, ma non sono riuscito a chiarire la questione.
Ecco, vi racconto ancora un aneddoto, che sempre non ha rapporto con l'estetica: uno dei miei amici francesi, diplomatico che ha oggi il titolo di console, doveva venire a cena da noi una sera, all'inizio degli anni '70. Ha portato con sé un'amica libanese. La sera quella signora, che era di una delle più famose famiglie libanesi, salendo le scale ha detto a gran voce: "Si sente il Libano qui!" Appena entrata, ha chiesto a mia moglie cosa avesse preparato. Aveva cucinato dei "dolma". Sapete forse che il piatto che si chiama dolma è preparato svuotando melanzane o zucchine per farcirle, oppure arrotolando foglie di vite o di cavolo sulla farcia. Gli ingredienti principali sono il riso e la carne macinata. Nella mia città natale, Mersin, il dolma è preparato in un modo un po' speciale: qualche minuto prima di togliere la casseruola dal fuoco, il piatto di portata viene cosparso di menta secca, aglio pestato e succo di limone. Quelli che sono abituati al dolma fatto in questo modo non ne toccano un altro tipo. Ciò che ha fatto esclamare alla signora libanese "si sente il Libano qui!" era l'aroma emanato dal misto di limone, menta e aglio. Ed è naturale, perché Mersin è la Beirut della Turchia.
Il mio amico venerato, grande poeta, grande sapiente della poesia, il più grande di tutti, il gran buongustaio Ali Ahmed Bey, cioè Adonis, conclude il suo articolo intitolato "Il poeta arabo contemporaneo di fronte all'eredità" dicendo: "Il poeta contemporaneo sa che il patrimonio arabo è solo una parte di un patrimonio più vasto, nel quale vuole reinserirlo per farlo sfuggire all'isolamento e alla morte. Il Mediterraneo parte da Cartagine, passando per Alessandria e Beirut per arrivare ad Antiochia, dopo aver compreso Sumer e Babilonia: tale è l'ambito in cui si radica la nostra cultura. Sono queste origini che i Greci hanno adottato ed elaborato in un movimento intellettuale unico nel genere, diventato la base della civiltà moderna. Da questa origine derivano tutte le altre tradizioni; da questa origine sono nate tutte le cose e questa sorgente, dice Cicerone, è impossibile che si prosciughi. La poesia araba moderna entra in questo mondo, ed entrandoci essa non diventa occidentale ma mediterranea". Cosi scrive Adonis.
La geografia culturale comporta terre irrigate dal fiume della civiltà, dal quale si disseta anche ogni poeta turco moderno sensato. Su questa terra di cultura c'è senza dubbio tanto l'ombra del cipresso greco che l'ombra della palma araba. La carta geografica della civiltà, che appare per il poeta arabo delimitata a nord dai confini attuali della Siria e dell'Iraq, comprende tutti gli strati di civilizzazione dell'Anatolia (ittita, ionica, frigia, bizantina, ecc...), ma è una casseruola che contiene anche molti ingredienti asiatici.
Il grande mistico Mevlana R™m† (XIII sec.), la cui influenza si è diffusa ultimamente per tutto il globo, che i turchi considerano turco perché era di origine turca e visse a Konia, ma che gli iraniani considerano parte della loro cultura perché aveva scritto in persiano, dice:

"Vieni ancora, ancora vieni
Chiunque tu sia
che tu sia un infedele, che adori il fuoco o un idolo
che tu ti sia pentito cento volte
che tu abbia tradito il tuo giuramento cento volte
Questa porta non è quella della disperazione
Vieni come sei, vieni".

Mi ricorda un altro testo:

"Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonalo. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: mi pento, tu lo perdonerai" (Luca 17:3-4).

R™m†, uno dei più grandi poeti del pensiero mistico musulmano, aveva stabilito un rapporto intertestuale con uno dei quattro libri del Cristianesimo: non contento, arredò il suo edificio poetico di morale cristiana e di pensiero classico greco. Nello scrivere queste righe, mi ricordo i mendicanti della mia infanzia, nelle strade di Mersin, che chiedevano l'elemosina nel nome della "Ave Maria". Ed è perfettamente naturale, visto che San Paolo è nato a Tarso, a diciassette chilometri da Mersin e le "Sette Chiese" si trovano in Turchia: "Quello che vedi, scrivilo in un libro e invialo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea" (Apocalisse I:11).
E' ora di ricordare il tema di questa riunione: " Mediterraneo: Poesia e estetica ". Un nome di mare, due punti, una forma specifica nell'uso del linguaggio, il pensiero filosofico che cerca l'essenza dell'arte e della bellezza. Senza dubbio, secondo i detti degli intenditori, il Mediterraneo non è soltanto un mare ma è, allo stesso tempo, regione geografica, cucina di storia e teatro di popoli. Allo stesso modo la poesia non è soltanto un uso specifico del linguaggio, ma anche chimica delle civiltà e delle credenze. Così come i filosofi non accettano il pensiero sul bello e sul brutto senza la nozione di bene e di male, di giusto e sbagliato, così su un piatto della bilancia dell'arte sta l'estetica e sull'altro l'etica. Considerato sotto questo angolo, il Mediterraneo si può trasformare in sensibilità e pensiero.
Il Mediterraneo è un tavolo di nozze. Questo titolo potrebbe essere ingannevole, perché il Mediterraneo non rappresenta un insieme univoco. Esso ricorda piuttosto la formazione di una pianura o l'emersione di un atollo, un'unità di mosaici. Le tre religioni monoteiste, che formano la civiltà mediterranea attuale, sono come i tre piani di un palazzo. Nei tre piani ci sono tre imperi: quello greco, quello romano e quello ottomano. Altri locatari stanno nel piano terra: gli stati omayyade e abbaside degli Arabi, gli stati della Mesopotamia e dell'Anatolia. Decine di popoli e civiltà.
Il teatro, i giochi, si fanno sulla scena del medio oriente, cioè del Mediterraneo orientale: non la culla di tutte le civiltà, ma quella della civiltà orientale, che ingloba l'Europa e l'America del nord.
L'estetica marxista, caduta in disgrazia in questi tempi, per delle cause politiche indipendenti dall'essenza della creazione artistica, basa l'opera artistica sulla vita sociale. La vita sociale è vissuta sullo scenario della natura. La natura e la vita, cioè la realtà inesauribile, la religione e il mito, creano nell'immaginazione e nell'anima del poeta e dell'artista la linfa dell'ispirazione. Un'opera artistica non è forse, malgrado tutto, una produzione artistica estetica, che un individuo realizza da solo e che riflette la sua struttura mentale e psicologica? Dove e come nasce e vive questo individuo artista, in quale regione storica, sociale e geografica? Considerata da questo punto di vista, l'opera artistica non è soltanto una produzione individuale, ma anche quella di una struttura mentale e psicologica comune, c'è cioè un'identità maggiore, che fa che un'opera d'arte esista. L'identità propria di ogni artista (l'identità minore) è una particella di questa identità maggiore. Per questa ragione, ogni opera d'arte è l'impronta digitale dell'identità minore e maggiore allo stesso tempo. Questa impronta digitale fa di Kavafis un elleno di Alessandria. Seguendo questo ragionamento, l'essere mediterraneo (la mediterraneità), potrebbe essere considerato un'identità maggiore? Penso che l'identità maggiore porti in sé qualità nazionali. Il Mediterraneo può essere un crocevia dove si incontrano le identità maggiori. Ciò vuol dire che il Mediterraneo deve essere proprio come la religione e la mitologia, una delle componenti dell'identità maggiore nazionale. Per questa ragione non c'è una sola identità mediterranea, ma ce ne sono tante. Come per quel che riguarda il mar mediterraneo, anche per l'identità mediterranea esistono fatti di secondo e terzo grado. Come il mare mediterraneo che si apre ad altre acque, grazie a Gibilterra, Suez, i Dardanelli e il Bosforo e si nutre delle acque delle terre confinanti, così l'essere mediterraneo si nutre di civiltà, culture e credenze delle terre che circondano le sue e che lo immunizzano.
Si può parlare di tre cerchi che circondano il Mediterraneo insito in un atto artistico, dall'esterno verso l'interno:
Primo cerchio: le religioni e la mitologia. Le religioni mesopotamiche, le religioni anatoliche e le loro derivate, il giudaismo, il cristianesimo e l'islam; le mitologie mesopotamiche, anatoliche e greche; l'umanesimo.
Secondo cerchio: la civiltà greco-romana, quella araba medio orientale; gli elementi geografici (il clima, la flora, ecc.), le religioni, le sette, i riti.
Terzo cerchio: le strutture intellettuali ed emozionali, riflessi della cultura nazionale, le storie locali, le lingue nazionali, il folklore.
Ho davanti a me un piccolo libro: parla di un uomo che ha consacrato tutta la sua arte a riflettere ed illustrare l'anima e il pensiero mediterranei, un uomo simbolo del Mediterraneo, Albert Camus. Camus definisce così il Mediterraneo: "Questo gusto trionfante della vita, ecco il vero mediterraneo", "Mediterraneo è un clima di pensiero e di sensibilità, quello della luce, del mare, del sole e della vita"(Presentazione della rivista Rivages).
In questo libro, che sta davanti a me, sul tavolo, si enumerano, partendo dall'opera di Albert Camus, le proprietà costituenti che potrebbero figurare nell'opera di uno scrittore mediterraneo, circondato dalla cultura e dall'umanesimo mediterranei: ardore di vita, certezza della morte, fede nell'uomo, gusto della bellezza, preoccupazione per l'armonia umana, bisogno d'ordine e di misure, fratellanza terrestre ed esigenza di verità.
Non mi chiedo se il Mediterraneo esista o no. Non ce n'è uno, bensì tanti. Tra questi, due sono abbastanza concreti, visibili e tangibili: da una parte, in un cortile circondato da mura elevate, attorno ad uno zampillo e a una piscina diventata il Mediterraneo, vive il Mediterraneo introverso, mistico e musulmano; dall'altra parte, davanti alla porta, per la strada, sulle piazze vive il Mediterraneo cristiano e metafisico. Dall'uno la passione senza limiti di un sub; dall'altro quella d'un alpinista. Il Mediterraneo è al contempo realista e metafisico e il vero Mediterraneo, cioè il vero poeta mediterraneo è allo stesso tempo sub e alpinista. Ecco, in sintesi, le terre del poeta mediterraneo: un paese dalla notte limitata, il cui giorno è senza confini. Così nel suo ufficio, come anche nella sua cella, egli ha il cielo e il mare.
Quanto a me, che vi trasmetto queste rivelazioni, sono uno sciamano mediterraneo!

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