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ABDELWAHAB MEDDEB

Errante e poligrafo

Forse il gusto dell'erranza mi è venuto dalla frequentazione precoce, fin da quando avevo 10 anni, dei primi poeti arabi del deserto di cui, a Tunisi, a scuola, avevamo imparato i poemi. Poeti del V e del VI secolo, dei quali mi piace ricordare qualche nome illustre: Imru' al-Qays, Lab†d, ¦arafah , resi noti al pubblico europeo da Goethe, che li evocò in margine al suo Westöstlicher Diwan. Goethe li aveva conosciuti grazie alle traduzioni e agli studi di due grandi orientalisti, l'inglese Jones e il francese Sylvestre De Sacy.
Questi poeti sono fra quei morti, con cui, quotidianamente, sento la necessità di dialogare; anche nel loro arcaismo, sono miei contemporanei: da loro ho imparato il culto della traccia, che resta muta malgrado il poeta si ostini a volerla interpretare, per assimilarla al segno e ritrovare così il cammino del senso.
Tale traccia segna lo spostamento e testimonia l'assenza. Assenza irrevocabile, domanda senza risposta che si affaccia solo sulla memoria degli istanti, in cui il dono è stato realizzato nella prodigalità, nel veicolare una gioia che scuote il corpo e lo conduce agli estremi, annichilimento, conoscenza del nulla, morte e rinascita, nell'intervallo che apre l'amore delle donne, l'elogio del vino, la traversata della notte e della tempesta, l'empatia con la cavalcatura, cavallo o cammella.
La macchina del poeta si mette in moto, dopo l'evocazione della traccia, stridore dell'inizio: portato dal soffio della voce, rapsodico, il poema incatena le sue sequenze sul fragile zoccolo del deserto, perdura malgrado la sua fragilità, malgrado la cancellazione che lo minaccia a partire dal momento in cui è riflesso sul piano ecologico, metafora della pagina bianca.
Di fronte a questa metafisica dell'assenza, che non reclama alcuna riparazione, inseguo la nozione di traccia attraverso il destino che fu il suo, nel percorso della lingua araba. Ne rientro in possesso una volta che essa ha migrato nel testo sufi trascritto a Bagdad a partire dal IX secolo; lì, attraverso la bocca dei transfughi persiani, la traccia si assimila a un dire destinato a testimoniare istanti di presenza che trovano la trama di un mondo di cose ordinarie, abitato dall'assenza.
Ma il dubbio non si dissipa. Il giudizio dell'oratore spirituale non cessa di oscillare fra l'autenticità di quegli istanti o la loro illusione. Un tale scetticismo non smussa l'incisività dell'affermazione. L'esperienza è riportata nel sapore della traccia. Essa gusta il spirituale errante nelle tappe, sballottata fra stati contrastanti, attraverso i tempi alterni che ne scandiscono l'itinerario, fra eccessi di dono e mancanza di presenza.

Tale è la doppia referenza su cui si fonda la tavola mitica sulla quale scrivo, a mia volta, il mio dire poetico. In questa fine di secolo, la realtà antropologica che ha generato i detti immemorabili che costituiscono il palinsesto a cui aggiungo, con un altro alfabeto, il mio grafema, si eclissa. Assaliti ovunque dall'universalizzazione della Tecnica, il nomadismo e il sufismo sono verità che non smettono di ritirarsi dal mondo. Sono in via d'estinzione, sopravvivendo tutt'al più nelle pieghe del rito, o nell'entropia della ripetizione e della venerazione, fuori dallo slancio creatore.
Nella traversata e nella migrazione, nel giusto mezzo da esse instaurato, possono essere attualizzate le energie che avevano accordato al sufismo e al nomadismo la congiuntura dello Spirito. Come in ogni spostamento, anche qui, la forma e il senso si trasformano, subiscono metamorfosi. La memoria testuale che registra la nozione di traccia sdoppia ciò che porta in sé; sottomessa a un nuovo vissuto e ad una nuova verità spazio-temporale, si consuma come traccia della traccia.
La posizione del poeta resta la stessa; di fronte all'assenza irrevocabile, il poeta resta il guardiano dell'Essere, anche se un tale Essere inglobasse il mondo del tutto diversamente. L'incessante revisione dell'interpretazione del mondo agisce sul corpo e sugli immaginari. Ma il principio che l'ignoto inabissi il noto investe parimenti l'esistenza. Le tenebre non si dissipano, avviluppano, molto vicine, pronte a ghermire il piede che avanza, la mano che si tende. Ugualmente, il coma cosmico resta inattaccabile, malgrado le nostre folgoranti percezioni, che null'altro possono se non smuovere le costruzioni inarcate dalle mute pretese per il timore della totalità e del sistema.
Più la scena dell'erranza si estende alla distesa del pianeta, più la poetica entra in risonanza con i luoghi del deserto, quella poetica che non cerca di mascherare la verità dell'assenza raccontata attraverso il montaggio del frammento, concomitante all'istante.
Di fronte al disastro che si abbatte in diverse parti del mondo, di fronte all'ordinaria contaminazione che rode ambiente e clima, il poeta non diserta, è immerso nella realtà dei suoi simili, senza peraltro rinunciare al suo isolamento, momento necessario a fissare il suo dire, singolare incatenamento di parole, emanante da un infimo granello dell'infinito che corrode vivi e morti.
Dico ciò che il corpo registra. È il mio modo d'essere presente al mondo, in ciò che il luogo rivela. O in ciò che si rivela nella congiunzione di un corpo e di un luogo. In questo modo si concretizza l'erranza, attraverso l'attualizzazione sottomessa alle norme che ci disperdono per renderci disponibili alla discontinuità del nostro spazio-tempo.
Un corpo, che in un luogo sperimenta la fisiologia della sensazione, dell'emozione attraverso ciò che l'occhio, l'orecchio, la bocca, le dita, il naso registrano; nel rapporto con gli altri corpi in cui tutti i sensi sono sollecitati; nella relazione con i segni, con l'architettura che li organizza e con la crisi che ne disfa il legame.
Le immagini e le figure dissolte conducono alla gioia delle tracce e delle vestigia, per non dimenticare che il mondo assomiglia a una casa abbandonata; avvicinandosi ad essa, le spalle pesano, si stringe il petto in un corpo che resta annichilito dal rapimento e dal brivido che procurano le ore meridiane, quelle ore che egli consacra al vino, ai pasti, al fiore, alla fiera, al rapace; sono frammenti di verità, che si uniscono e si concentrano per illuminare la vicinanza del corpo del poeta e della donna, quando, l'un l'altra, sono commensali del drago, ospiti di una scena edificata nell'intervallo che separa i luoghi dagli istanti.

Scrivo tutto questo al Cairo, dal sesto piano, dalla terrazza dell'Everest, albergo cadente, frequentato solo da giovani egiziani di ceto medio, e che si affaccia su piazza Ramses; la statua gigantesca in granito rosa dell'eponimo faraone sembra sperduta fra la matassa di viali, di viadotti e autostrade che scavalcano e raddoppiano la trama urbana.
È il crepuscolo di un giorno di festa (il paese celebra la guerra dell'ottobre 1973 che ha portato al recupero del Sinai). Un giorno meno agitato del solito. Ciononostante la massa sonora disturba la capacità d'ascolto; la polvere, mescolandosi al gas che fuoriesce dalle vecchie automobili, rende faticoso respirare.
Per dimenticare che sto soffocando, accedo al cielo che si colora di tinte rossastre come l'henné, tingendo di rosa le pareti terrose, nella ripartizione dei piani, dipinti tra il grigio e il giallo, tinte pastello che scandiscono le lontananze. Lo schermo di roccia nuda del Muqattam mi ricorda che questa volta non ho visitato la tomba di Ibn al-F…riÿ, il poeta mistico del XII secolo, cantore della metafora bacchica, sepolto sui fianchi della ripida collina.
Dopo la chiamata dei muezzin, un crepitio di mille altoparlanti, parassiti di una voce amplificata, alla stazione inciampo sulle fila degli oranti che si prosternano sul pavimento a piastrelle, nella sala dei passi perduti.
Salto su un tassì nero, mi porta a B…b al-Na¡r; raggiungo la città fatimide e la moschea di al-ð…kim (X secolo); nella penombra vespertina, gli effetti catastrofici di un restauro pasticciato si attenuano; la massa dei pilastri, così come la successione delle navate e delle arcate, è impressionante; il vasto patio opera da filtro, cacciando il caos sonoro e temperando lo smarrimento provocato dall'atmosfera superinquinata; il vuoto patio diventa per il poeta il luogo del ritiro, la tenda si alza sullo spettacolo delle prime stelle che si inscrivono nel blu del cielo che lentamente si fà nero.
L'uomo della notte in me si desta. Nella ferocia dell'istinto, lo slancio della scrittura è irreprimibile. Si inabissa fra reale e immaginario. La mia giornata cairota ha prodotto il nutrimento per il romanzo, il saggio o il poema. Sui sentieri dell'erranza, c'è di che saziare la ricerca poligrafica. In questa fase, il privilegio è dato al poema. Apro le pagine del mio d†w…n (canzoniere) mentale e arricchisco il vecchio quaderno che contiene i Frammenti del Cairo, composto al tempo della mia ultima visita della città, alla fine dell'ottobre 1989; lo arricchisco e lo coreggo, qui, adesso.

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