il sito della cultura araba libri sul mondo arabo corso di lingua araba via internet indirizzi utili appuntamenti con la cultura araba in Italia ascoltare le conferenze organizzate da GROCA la versione araba per contattarci

 

FILIPPO BETTINI

Per un'Europa del Mediterraneo

Penso che il Mediterraneo sia una questione centrale nell'Europa e nel mondo. Il Mediterraneo si pone come il problema dei problemi per più di una ragione. Prima di spiegarle, vorrei fare una breve premessa: non sono uno specialista di poesia e letteratura araba, ma sono contento di essere in questo consesso per discutere insieme degli aspetti e delle prospettive di incontro fra studiosi di diversi ambiti che sentono come centrale il riferimento al Mediterraneo. Non parlerò di letteratura poiché non mi sembra che oggi possa essere posta in primo piano, né possa essere separata dalle dimensioni che s'impongono in Europa e nel mondo, sulla questione mediterranea. Non può essere scissa dalla questione prioritaria dello stato e del futuro politico, etnico, sociale e culturale della realtà mediterranea.
Mi pare che la questione mediterranea sia principale e sia destinata a divenire uno dei punti dirimenti del futuro europeo e internazionale, per la peculiare situazione che oggi attraversa l'Europa. E' una situazione di mutamento e di conflitti che configurano un movimento continuo di alternanza tra aperture di progresso e spaventose regressioni barbariche. La situazione dell'Europa oggi è quella di un continente che va costituendosi sempre più nettamente verso una sua unità. Questo processo di unificazione, che dovrebbe vedere tutti i popoli che ne fanno parte come federati e collegati in un organismo unitario, che nella differenza sia ispirato allo stesso progetto di crescita e di vita, nei fatti si trova a smentire gli obiettivi e le finalità verso cui si proietta la sua stessa fondazione. E' smentito dalla parzialità della costituzione degli Stati che compongono l'Unione Europea, dall'esistenza di una divisione fra le cosiddette due Europe, quella ricca e quella povera, quella dell'Occidente e quella d'Oriente. E' smentita dall'esistenza di uno stato di conflitto e di divisione che sta lacerando da anni una parte dell'intero continente. Si tratta di divisioni etniche, di natura statuale, profonde, che diventano politiche e sociali, in un organismo già diviso come quello dell'Europa. E' smentita dalla costante contraddizione che, rispetto all'autonomia di un continente, segna pesantemente l'interferenza di forze e potenze del mondo occidentale, dell'unico blocco finora rimasto in piedi, gli Stati Uniti. Sono contraddizioni alle quali si deve guardare con un atteggiamento positivo, senza cadere nell'insidia di rivendicazioni corporative e nazionalistiche, senza accettare il ricatto ideologico. Perché penso che il Mediterraneo rappresenti un referente centrale e l'unico luogo di possibile apertura e attraversamento di un processo che superi questo problema? Credo che lo sia per ragioni che sono geografiche e storiche. La posizione del Mediterraneo, su cui è stata costruita un'intera civiltà, è oggi il luogo in cui si consuma il conflitto più pernicioso fra due modelli ugualmente totalizzanti, al di fuori della cui logica è necessario procedere: il modello totalizzante, colonialista, nella cultura e nelle armi, del capitalismo statunitense; il modello integralista, totalizzante, dell'estremismo del fondamentalismo islamico. Il Mediterraneo è il luogo in cui questo scontro si consuma. Non è casuale, perché è qui che si giocano i rapporti del futuro tra i diversi continenti. Credo che non sarà un paradosso dire che il problema del Mediterraneo si porrà anche per quelle aree continentali in crescita di cui i politologi e gli economisti prevedono un forte decollo economico, quali la Cina. Il problema non è uscire dal Mediterraneo, ma vedere quale funzione esso possa assolvere.
La seconda ragione è storica: ha a che fare non tanto con le sedimentazioni di civiltà e culture, ma con una costante, un'eredità ancora presente che può essere tradotta come comunicazione e confronto, nell'ipotesi di superamento dei conflitti tra culture, religioni, etnie e lingue che stanno lacerando in modo regressivo il campo di sviluppo di questi paesi. Mi riferisco all'eredità di quella convivenza e pluralità di lingue e culture di cui il Mediterraneo è comune culla. Interrogare la storia del Mediterraneo significa ripresentare un valore, quello della convivenza, della diversità nell'unità. Credo che oggi più che mai si tratti di attivare, per le forze della cultura, che non hanno grandi strumenti, che non incidono con immediato riscontro sulle stanze del potere politico ed economico, un processo di incontro, di intesa, di dialogo, di scambio, e soprattutto di reciproco impegno alla cultura di una civiltà dell'unità nella diversità e della diversità nell'unità. Vale a dire, spetti il compito di convertire in positivo gli effetti di quel processo già in atto di mondializzazione e di globalizzazione.
La cultura può fare questa sua parte se pone come istanza un'unità europea che non sia esclusivamente fondata sulle relazioni economico-finanziarie, ma sia unità culturale, di interrelazione etnica, di cittadinanza, un'Europa politica. E' devastante che la sorte dell'Europa possa essere affidata soltanto alle intese dei grandi gruppi finanziari: è questa una delle ragioni che favoriscono e predeterminano gli sbocchi degenerativi, violenti, sanguinosi dei conflitti etnici, nazionali, come vediamo in tutta l'area della penisola balcanica. Credo che già da tempo sono in movimento dei processi di avvicinamento e di organizzazione di rapporti tra le culture dei diversi paesi dell'Europa e del Mediterraneo. Credo che questo processo vada incoraggiato. Credo che debba ricevere un ulteriore impulso dall'esigenza di un orientamento unitario, cioè di un collegamento degli sforzi.
Come dice Predrag Matvejevic, bisogna pensare ad un'Europa del Mediterraneo: è una delle prospettive per far fronte alle difficoltà e alle necessità di cambiamento. Significa ridisegnare i confini dell'Europa politica e porre al centro una demarcazione non politica ed economica, ma di storia, di civiltà e di cultura. E' ciò che agli scrittori, agli intellettuali preme riconoscere e far valere. Vuol dire un'Europa che riscopra valori comuni di civiltà, che giochi la carta di un'unità più profonda sul piano della cultura e della convivenza etnica e linguistica. Significa costruire un'Europa che non sia solo internamente coesa, ma che possa avere una funzione ulteriore, unificante, anche rispetto agli altri continenti, perché è un'Europa tricontinentale.
Mi limito ad elencare tre aspetti prioritari, aspetti epistemici, che hanno a che fare con una cultura del sapere, legati alla storia complessiva dell'Europa e del Mediterraneo. primo: la dialettica viva del rapporto tra apertura e chiusura, dove la chiusura si riconverte in apertura, pluridirezionale, com'è geograficamente e storicamente il Mediterraneo.
Secondo: la cultura della diversità e della metamorfosi, di quella convivenza dei diversi che è principio di trasformazione e di vita. Principio di fecondazione, di civiltà, di segni diversi, reciprocamente influenzati, che hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo dei loro rapporti. La cultura della diversità pone un valore fondamentale, quello della contraddizione verso il suo sbocco positivo, quello di non annientare mai le identità che entrano in conflitto fra loro, ma di mantenerne viva la compresenza. Come dice Nietzsche, di sopportare la contraddizione.
Terzo: il rapporto disponibile e praticabile tra due dimensioni intese in tutti i possibili sensi: da quello letterale geografico a quello metaforico, storico culturale. Il rapporto unitario, imprenscindibile, internamente dialettico e interattivo tra la verticalità della storia e l'orizzontalità dello spazio. L'orizzontalità dello spazio, che è quella della zona fra i confini; la verticalità della storia, che è il tempo del percorso tra questi spazi, il tempo dell'avvicendamento e della convivenza fra i popoli, che è anche il tempo dei valori che si sono depositati nel corso dei secoli. Il Mediterraneo non è solo depositario del rapporto fra queste due dimensioni, sta oggi lì a dirci che di queste due dimensioni è impossibile sacrificarne una, se si vuole pensare ad una cultura del dialogo e della crescita comune. Annientare la dimensione della verticalità della storia significherebbe accettare il processo mortificante ed inaridente della colonizzazione di un modello occidentale in crisi. Annientare l'orizzontalità dello spazio significa entrare nella prospettiva di una rivendicazione totalizzante, di un rapporto autoritario nei confronti della religione, della fede e di tutto ciò che esclude i confini per fare del proprio confine l'unica patria.

Home page