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Esperienze e riflessioni
di incontro e cooperazione tra le donne


Tullia Carettoni
Presidente onorario dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente
Presidente della Commissione nazionale italiana per l'UNESCO

Cercherò di essere concisa, anche perché nel mio intervento vorrei toccare molti argomenti, probabilmente troppi rispetto al tempo a disposizione.

Inizierei con un felice ricordo. Mi riferisco all'opera svolta nel decennio scorso dall'Istituto Italo - Africano, che, come ha sottolineato poco fa Gianluigi Rossi, rivestì una funzione importante nell'aprire la strada alla riflessione sui temi ai quali è dedicato il nostro incontro odierno: il nostro fu probabilmente il primo istituto italiano a porre il problema dei progetti di cooperazione per le donne.
Nel corso degli anni '80, l'Istituto gestì anche direttamente alcuni di questi progetti e, soprattutto, promosse la costituzione di un "Comitato delle Donne" che agiva in qualche modo come una ONG, nel senso che raccoglieva fondi da privati e da sponsor e li convogliava nella realizzazione di progetti in Africa. Il comitato era formato da rappresentanti delle parti politiche italiane, ed il suo intervento, anche in Parlamento, risultò varie volte decisivo per sbloccare alcune situazioni di stallo. Erano tempi molto duri, in cui era estremamente difficile piegare ed indirizzare alla concretezza, alla gradualità (con cui, operando nell'ambito della cooperazione allo sviluppo, è purtroppo necessario fare sempre i conti) e all'adattamento alle diverse realtà i vari slanci e le molteplici posizioni ideologiche che caratterizzavano l'approccio ai temi della cooperazione e dell'ottica di genere.
Abbiamo quindi dovuto confrontarci con molte critiche, ma abbiamo continuato a promuovere con continuità le nostre iniziative perché eravamo convinte che non ci potesse essere sviluppo dove non ci fosse la partecipazione delle donne.
Il coinvolgimento diretto delle donne non ci appariva determinante solo per motivi di ordine - per così dire - quantitativo, ma anche e soprattutto per considerazioni di tipo qualitativo. Le donne, infatti, non solo costituiscono più di metà dell'umanità, ma sono anche, ovunque, custodi dei valori fondanti che assicurano la sopravvivenza nel tempo delle culture delle comunità a cui appartengono. In tutte le società, la tradizione trova nella donna, attraverso l'organizzazione familiare e coniugale, il suo punto di forza. È evidente come il fatto che le donne occupino questa posizione strategica comporti conseguenze determinanti sull'esito di ogni azione che, partendo dall'interno o dall'esterno di una società, si proponga di operare per il suo sviluppo, e quindi di promuoverne, in qualche modo, un cambiamento.
In altre parole, un aspetto di una società cambia e progredisce solo se le donne sono d'accordo con quel genere di progresso. Era questo il principio che ci sforzavamo di diffondere, ottenendo anche qualche successo. Mi fa quindi molto piacere poter ricordare qui l'opera del vecchio Istituto, e la mia soddisfazione dipende dalla constatazione del fatto che la sua eredità sia stata raccolta.

Passando più direttamente all'attualità, vorrei ora portarvi una testimonianza sulla progettualità di una ONG. Si tratta di una grande ONG mediterranea nata sotto l'egida dell'UNESCO, di cui - finalmente - siamo riusciti a portare la sede in Italia: il Forum delle Donne per il Mediterraneo.
Pur nella brevità promessa, non posso esimermi dal dire qualcosa delle ultime esperienze compiute dal Forum, anche per la loro stretta contiguità ai temi che stiamo dibattendo.
Comincerei dal seminario che abbiamo organizzato a Torino, dal titolo L'avventura della donna nel Sud e nel Nord del Mediterraneo: quali diritti, quali doveri, nel quale abbiamo cercato di indagare su quale fosse la situazione sociale e giuridica in cui si vengono a trovare oggi le donne del Mediterraneo che passano da una sponda all'altra del loro mare: sia quelle che si spostano dal Nord dell'Africa al Sud dell'Europa che quelle che compiono il viaggio in senso inverso.
Basandoci sulla competenza di esperte del Sud del Mediterraneo (e non su un'asistematica raccolta di testimonianze) abbiamo quindi cercato di stabilire i termini e i vincoli che delineano lo status della donna mediterranea nelle varie fasi della sua esistenza (ovvero, in una visione sincronica, nelle varie fasce di età), esaminando la condizione della bambina nella scuola, della ragazza che esce dalla scuola ed entra nel mondo del lavoro, della sposa, della giovane madre e della donna anziana: un'analisi a tutto campo che, grazie ad un'interessante commistione di indagine di costume e diritto, ha portato ad alcune conclusioni a mio parere importanti, che ora tenterò di sottoporvi.
In particolare, è emersa con evidenza la portata dei corti circuiti a cui può portare certa retorica della solidarietà. Intendiamoci: la solidarietà è un valore sacrosanto, ma insistere eccessivamente (e, appunto, retoricamente) sulla sua "sacralità" può avere effetti collaterali imprevisti, allo stesso modo in cui - per utilizzare un termine di confronto a noi ben noto - insistere troppo sull'amore materno (altro valore sacrosanto) può diventare un alibi perfetto per cristallizzare una pretestuosa equazione identitaria donna = mamma.
Se vogliamo realmente costruire una società multiculturale, il termine che definisce il tipo di rapporto che dobbiamo assolutamente sforzarci di perseguire non è tanto (o solo) quello di solidarietà, quanto quello di lealtà. Lealtà, verità, franchezza, uguaglianza di rapporti: questi i valori primari emersi dall'incontro di cui vi sto parlando, insieme alla chiara richiesta di superare quella serie di preconcetti, o meglio di mancanze di fiducia che anche chi si esalta nella solidarietà e nella cooperazione continua spesso a portarsi dentro.
Un altro importante risultato di quei lavori a cui voglio fare un cenno qui è stata la presa di coscienza del fatto che il confronto con le diversità arricchisce solo quando vengono seriamente considerate le difficoltà ed i significati dei processi di integrazione, e non quando si risolve in una somma meramente aritmetica di culture: non basta, insomma, mettere insieme una senegalese, una marocchina ed una tanzaniana per creare una società multiculturale.
Il processo di integrazione è un faticoso itinerario di comprensione reciproca, che comporta un serio esame dei propri pregiudizi, attraverso il quale ci si deve sforzare di capire quali di questi abbiano una più o meno importante radice ideologica e quali invece dipendano da un quadro socio-economico, che, pur essendo ormai superato nei fatti, fa ancora sentire il suo peso sull'immaginario collettivo ed individuale. Mi permetto di invitare tutti coloro che si occuperanno in futuro di questi temi di operare una simile, costante verifica ideologica, per evitare di compiere errori di valutazione ed alimentare gravi malintesi.

Il Forum delle Donne Mediterranee - mi sento di affermarlo - può essere ormai considerato, relativamente al difficoltoso versante in cui opera, un esempio di continuità, dal momento che è attivo da più di dieci anni e, nel corso della sua storia, ha organizzato una serie importante di convegni, di seminari e di incontri. La scintilla che diede vita al Forum scoccò a Valencia, dove, nel corso di un congresso (significativamente dedicato alle trasformazioni ed agli attardamenti dei vari paesi dell'area mediterranea), le moltissime partecipanti si chiesero se fosse vero che le donne mediterranee fossero così diverse tra loro, o se non le accomunassero invece molti parametri e riferimenti.
Per esplorare meglio le implicazioni della questione, costituimmo, con l'aiuto dell'UNESCO, la nostra ONG, il cui primo atto fu un altro congresso, sul tema del valore del tempo di lavoro delle donne. In quell'occasione, comparando le condizioni delle donne dei paesi europei e di quelli nordafricani, riscontrammo, in primo luogo, che la valutazione del tempo di lavoro femminile sulle due sponde del Mediterraneo era estremamente simile, e ancora una volta la convergenza si verificava non tanto sul piano quantitativo quanto su quello qualitativo. In secondo luogo, riscontrammo quanto rilevante fosse il processo di innovazione e di cambiamento nelle imprese a seguito dell'ingresso delle donne al loro interno. Il fatto sorprendente era - e continua ad essere - che tali mutamenti accomunavano le grandi imprese del Sud dell'Europa alle piccole imprese del Maghreb.
Forti di questi ritrovati, ci preparammo a partecipare all'imminente Conferenza di Pechino, alla quale intervenimmo sostenendo che, pur non essendo quella del Mediterraneo una regione del mondo riconosciuta in quanto tale dalle Nazioni Unite, essa poteva ben essere considerata come un paradigma canonico di una grande società multiculturale e multietnica, caratterizzata certo da contrasti, ma anche da assai rilevanti tratti comuni.
A quel punto, ottenemmo una sede stabile, che da allora è a Torino (specifico che il Forum non è finanziato dal governo italiano, né da nessun altro governo).
Il primo congresso torinese (e terzo in assoluto) lo dedicammo, stimolate anche dalla possibilità di un confronto con l'annuale Congresso Mondiale della Scienza, al tema del rapporto fra la donna e i nuovi grandi problemi posti all'umanità dalla ricerca scientifica. Chiedemmo insomma l'opinione delle scienziate e delle non scienziate mediterranee su temi come quelli della maternità assistita, della clonazione, dell'ingegneria biologica, convinte che nel momento in cui la certezza della riproduzione, da sempre precipuamente femminile (mater certa), viene messa in discussione, le donne debbano avere la possibilità di dire chiaramente che cosa ne pensano, e che, più in generale, un'epoca segnata da una spasmodica ricerca di progresso tecnico non possa più fare a meno, se vuole che il suo progresso sia reale e non solo apparente, del contributo di quella metà del totale dei cervelli dell'umanità che appartiene alle donne.
Come potete vedere, non abbiamo pensato semplicemente a sottolineare la gravità dell'esclusione delle donne dai livelli più alti dell'istruzione e della ricerca scientifica che si registra ancora oggi nella maggior parte del mondo: non volevamo organizzare un congresso per affermare una cosa che sapevamo già. Abbiamo cercato invece di dare al nostro appuntamento un significato più ampio. Il successo della nostra impostazione è consistito nel fatto che l'UNESCO abbia poi organizzato ben cinque conferenze nei diversi continenti sullo stesso tema del rapporto fra donne e scienza.
Il motivo per cui vi sto facendo questo resoconto è semplice: l'approccio che caratterizza le iniziative del Forum è identico a quello di cui vi parlavo all'inizio del mio intervento, ed è basato sul principio che vede la donna come necessaria protagonista di ogni azione di sviluppo e di progresso. È evidente che tale discorso è intimamente interrelato alla riflessione sulla cooperazione e deve essere chiamato in causa nella determinazione della sua prassi. Ho quindi voluto ripercorrere alcuni momenti dell'attività di una ONG che ha maturato una certa esperienza su scala internazionale, e che su questa impostazione ha basato - ormai piuttosto saldamente - il proprio lavoro.
A voi, concludendo, chiedo di utilizzare nel dibattito che seguirà alcuni degli spunti che ho cercato di proporre alla vostra attenzione, e soprattutto di esprimere un giudizio - di cui, naturalmente, continuiamo ad avere molto bisogno - sulla validità dell'indirizzo e degli obiettivi del percorso che abbiamo intrapreso.