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Le donne marocchine immigrate a Roma e dintorni
tra continuità e mutamento

Maria Immacolata Macioti
Università "La Sapienza" di Roma

Parlo - dopo queste relazioni - con una certa difficoltà ed un certo imbarazzo, perché la mia, rispetto a tutto quello che ho sentito ed imparato oggi sull'associazionismo femminile, mi appare un'esperienza un po' più laterale.
Si è trattato di una ricerca che ho condotto sulle donne marocchine nell'ambito di Roma e dintorni. Devo dire subito che non ho assolutamente incontrato realtà di aggregazione che possano essere associate alle forme che sono state sin qui presentate. Le ho cercate, ma invano: evidentemente, se avessi dovuto esplorare allo stesso scopo il territorio toscano o piemontese, avrei avuto vita più facile.

Insegnando sociologia e occupandomi da anni di questioni inerenti ad immigrazione ed emigrazione, il primo passo che ho compiuto dopo aver accettato questa proposta di ricerca è stato cercare punti di appoggio, chiedendo consulenze a tutti i colleghi che si erano occupati di tematiche analoghe e agli operatori delle varie associazioni del territorio di Roma impegnate nell'ambito dell'immigrazione. Ho avuto anche dei colpi di fortuna, materializzatisi ad esempio in un collega che stava per partire per il Marocco (e che è tornato carico di carte e di libri sulle donne marocchine a mio uso e consumo) o nella signora Maraini (sorella di Dacia), della cui consonanza di lungo periodo con il paese maghrebino e della cui cortesia e disponibilità ho potuto spesso approfittare, ricevendo molti preziosi suggerimenti ed indicazioni, comprese quelle degli indirizzi degli unici nuclei associativi di comunità marocchine che ho potuto individuare nel territorio oggetto di ricerca (a Latina e dintorni). Ma, in generale, devo dire che questa volta mi è risultato più difficoltoso del solito condurre la ricerca seguendo i miei metodi abituali, ovvero portandola avanti in stretto contatto, oltre che con i miei collaboratori ed i miei studenti, anche con gruppi di immigrati. La prima difficoltà è dunque dipesa dal fatto che non avessi, fra le mie conoscenze, nessuna donna marocchina.
Diffondendo in ambiente universitario la notizia dell'avvio della ricerca, e richiedendo suggerimenti e collaborazione, siamo comunque riuscite (la nostra era una équipe tutta al femminile), via via, ad aggregare una bella équipe di lavoro, tutta al femminile e interamente formata da persone che già si erano occupate di immigrazione. Fra queste vi era anche una mia laureata che, lavorando negli asili nido della Caritas, aveva avuto modo di conoscere le mamme dei molti bambini marocchini che li frequentavano e, avendo ottimi rapporti con loro, pensava di poter ottenere abbastanza facilmente la loro disponibilità a collaborare.

Ma il dialogo con le donne marocchine si è rivelato, in questo come in altri casi, molto più difficile del previsto.
In primo luogo, come ho anticipato, l'assenza di associazionismo femminile impediva di avere punti di riferimento precisi: le poche associazioni che ho incontrato avevano solo iscritti maschili e, se nelle liste degli aderenti compariva un nome di donna, si scopriva presto che esso apparteneva alla moglie di qualche membro che, dopo la prima riunione, aveva smesso di seguire le attività del gruppo.
In secondo luogo, molte delle donne marocchine con cui siamo finalmente riuscite a stabilire un contatto vivevano in condizioni di estremo isolamento sociale: alcune uscivano pochissimo di casa, e coloro che lavoravano avevano ovviamente tempi molto stretti ed impegnativi.
Abituata a lavorare seguendo metodi cosiddetti "qualitativi", ovvero raccogliendo con molta calma e tranquillità storie di vita, facendo interviste "in profondità", tornando più volte sul terreno e così via, mi sono trovata, all'inizio, molto spiazzata. Per la prima volta, mi sono vista costretta a cambiare metodologia, avendo dovuto prendere atto come fosse più semplice instaurare rapporti meno "protetti" tramite un approccio rapido e diretto piuttosto che mediato e diluito nel tempo. In altre parole, poteva rivelarsi più efficace bussare alla porta di casa e chiedere se potevamo parlare piuttosto che chiedere un appuntamento e introdurre gradualmente gli argomenti dell'inchiesta, poiché, seguendo quest'ultimo iter, era molto frequente che fra noi e loro si interponesse una figura maschile (un padre, un marito, un fratello) ad ostacolare in qualche modo il dialogo. In alcuni casi, siamo state addirittura costrette a non terminare l'intervista a causa della presenza di un uomo della famiglia che, non gradendo evidentemente che le donne parlassero di sé in prima persona, si era arrogato il ruolo di vero e proprio interprete delle parole della sua congiunta.

Fatta questa premessa sulle difficoltà che hanno accompagnato il nostro lavoro, passerei ad illustrarvi brevemente alcuni dei suoi risultati, che ritengo assai interessanti: nonostante l'esiguità dei casi esaminati, infatti, credo di poter dire che la ricerca abbia messo in luce una tipologia di figure femminili piuttosto soddisfacente e significativa, in quanto molto diversificata.
La prima donna con cui abbiamo parlato vive ad Ostia, in una casa occupata, con un uomo molto più anziano, occupato nel commercio di vestiti italiani in Marocco e che lei ha sposato seguendo le indicazioni della propria madre. È in questa casa che è stata intervistata, perché è una di quelle donne che escono dalle mura domestiche solo per lo stretto necessario. Desidera molto tornare nel proprio paese, veste costantemente di nero, porta il velo, viene guardata in modo strano quando passa per le strade di Ostia e non riesce ad avere, in queste condizioni, quel supporto amicale e sororale al quale la donna marocchina, vivendo buona parte della giornata insieme alle altre donne, è di norma abituata. Si tratta insomma del caso di una donna molto tradizionale, in cui la nostalgia era molto forte ed aggravata dal mancato inserimento nella nostra società, a sua volta determinato anche dalla scarsa conoscenza della lingua italiana: infatti, dopo un periodo iniziale in cui, mossa anche dal desiderio di riuscire a guardare la televisione, aveva cercato di impararla, questo incentivo all'apprendimento era venuto meno a causa della successiva possibilità di captare le frequenze dei programmi in arabo.
Il secondo caso è quello di una ragazza i cui i genitori hanno divorziato quando lei era ancora bambina, entrambi per risposarsi. È venuta in Italia all'età di quattordici anni per vivere con il padre e con la sua nuova moglie italiana, trovandosi molto bene in questa famiglia per metà nuova. Lavora in un atelier e si occupa di sartoria: è un dato molto interessante, perché, come sapete, molte delle donne residenti nelle grandi città italiane lavorano, ma preferibilmente non a contatto con il pubblico. Il problema serio della famiglia della ragazza, che è sposata con un coetaneo marocchino, non è costituito dal suo lavoro, ma da quello del marito, che non trova in Italia un inserimento occupazionale adeguato al suo ottimo grado di istruzione (è un insegnante e parla più lingue). Questo rovesciamento dei ruoli tradizionali non può non comportare notevoli problemi di relazione in ambito famigliare.
La terza ragazza che abbiamo incontrato fa parte di una famiglia molto numerosa (sette figli) e ha seguito un percorso migratorio piuttosto tipico. Il primo trasferimento, avvenuto durante l'infanzia, ha portato la sua famiglia a spostarsi dalla campagna marocchina alla città (Agadir). Qui l'allora quattordicenne ha cominciato a lavorare come aiuto nella sartoria del padre. Dopo la morte di quest'ultimo, ha seguito il suggerimento e l'esempio di una sua cugina, emigrando in Italia: si conferma, in questo caso, l'importanza della catena parentale come medium consolidato della migrazione. Altro elemento tipico della sua storia di donna migrante consiste nella sua prima occupazione italiana, che è stata quella di baby sitter e di collaboratrice domestica presso varie famiglie. Ma, a differenza di quanto è avvenuto per la prima donna di cui vi ho parlato, nel suo caso la rete delle conoscenze e delle amicizie è stata molto importante, consentendole di stabilire rapporti anche affettivi con i propri connazionali: ha trovato amiche (nella casa di una delle quali si è svolto il nostro incontro) e anche un fidanzato, con il quale ha intenzione di sposarsi presto nella moschea di Roma.
Dopo di lei, ci siamo imbattute in un caso che ci è sembrato molto interessante: la moglie di un sindacalista, quindi di un uomo molto "pubblico" e politicizzato. Lei lo ha raggiunto utilizzando il permesso per ricongiungimento familiare. Il caso è interessante proprio a partire dalla motivazione che ha spinto questa donna a lasciare il suo paese. La sua decisione non è stata presa tanto per motivi personali, quanto per il bene della propria famiglia e in particolare della figlia, che a suo parere stava vivendo già da troppo tempo lontana dal padre. Questa premessa si riflette anche sul suo comportamento in Italia: vive segregata e prova molta nostalgia per la famiglia di origine. L'intervista, condotta presso un Ufficio Immigrati di un sindacato di Latina, si è svolta con una certa difficoltà, perché la donna non si sentiva a proprio agio in un ambiente che non sentiva familiare, parlava molto poco l'italiano.
La prossima ragazza di cui vi accennerò la storia è stata invece molto contenta di parlare con noi, perché, essendo stata studentessa di letteratura moderna e pensando tuttora di terminare questi studi, sentiva affinità per l'ambiente universitario. Ultima di cinque figli e orfana di padre dalla nascita, è giunta in Italia in vacanza, decidendo poi di rimanervi a lavorare. La sua occupazione attuale è piuttosto inusuale per una ragazza marocchina, dal momento che lavora in un bar, quindi a costante e ravvicinato contatto col pubblico. Tutta la sua vicenda si differenzia quindi piuttosto radicalmente da quelle precedenti, e questa diversità si riflette nell'universo di pensiero che abbiamo potuto intravedere nei nostri colloqui con lei.
Un caso completamente diverso, per esempio, da quello della sesta donna, che, immigrata inizialmente a Palermo, ha poi seguito il fratello e la sorella al Nord, in cerca di lavoro: un'esperienza migratoria fortemente segnata dal peso della clandestinità. Inizialmente, infatti, questa donna non ha potuto fare quasi nulla, se non farsi sfruttare dalle poche famiglie italiane con cui è venuta in contatto. Fortunatamente, è da poco riuscita a regolarizzare la propria posizione, e spera di in questo modo di avere migliori possibilità di inserimento.
Prima di terminare questa esemplificazione, vorrei ancora presentarvi un ultimo caso, molto drammatico e significativo. Si tratta di una donna molto giovane, portatrice di un leggero handicap, che, rimasta incinta a seguito di uno stupro, ha preso la decisione (consigliata dalla madre) di tenere il bambino e di migrare in Italia. È giunta nel nostro paese senza sapere una parola di italiano e senza avere nessun punto di riferimento. Ascoltare il racconto del suo arrivo alla stazione Termini e dell'impatto con una realtà per lei così spaventosa è stato per noi veramente sconvolgente. Oggi la sua situazione è migliorata, dal momento che ha trovato un compagno italiano, ma permangono seri problemi, sia dal punto di vista economico (l'unica fonte di reddito della famiglia è la piccola pensione sociale percepita dal compagno, anch'egli portatore di handicap) che da quello psicologico: il bambino cresce, e lei - ci ha detto - non sa come rispondere alle sue sempre più frequenti domande.

Mi sembra giunto il momento di proporvi qualche riflessione conclusiva. Naturalmente, non credo di potere elaborare conclusioni valide per tutto l'universo delle donne marocchine immigrate in Italia sulla base di una casistica, che, essendo poco più ampia di quella che ho sintetizzato per voi, risulterebbe davvero insufficiente allo scopo. La collega che ha introdotto i lavori di questo pomeriggio, d'altronde, ha giustamente ricordato come i sociologi indulgano facilmente ad ipotizzare tipologie, e come questa propensione li possa spesso portare, anche in presenza di una mole ben maggiore di dati, a pericolose - e soprattutto poco proficue - semplificazioni. Il microcosmo che ho osservato io in questa ricerca è, in ogni caso, così piccolo da stornarmi di per sé da questa tentazione.
Ciò non toglie, però, che non sia possibile individuare in queste vicende alcune costanti, alcuni caratteri comuni che possono legare fra loro esperienze migratorie così diverse.
Il primo tratto che ci ha colpito durante l'ascolto di queste storie (anche se forse a chi, come voi, vive quotidianamente a contatto con queste realtà ciò potrà sembrare del tutto normale) è quello del grande coraggio che dimostrano le loro protagoniste. Un coraggio tipicamente femminile, che emerge sia nell'accettazione delle prerogative tradizionali (come nei casi delle donne che, avendo fatto - e non subíto - la scelta di vivere il proprio ruolo di moglie, perseguono pervicacemente una condizione che permetta loro di viverla pienamente, e si pongono quindi l'obiettivo primario del ritorno all'interno della propria civiltà di origine) che nella scelta di rottura di quelle ragazze che, senza famiglia alle spalle, hanno consapevolmente deciso di affrontare un mutamento così radicale di coordinate culturali.
Un'altra caratteristica che accomuna molte delle donne intervistate si può rinvenire nel tipo di relazione affettiva che instaurano con il compagno di vita (ovviamente nei casi in cui tale compagno esiste). Si tratta di un rapporto generalmente improntato a grande stima e lealtà della donna nei confronti dell'uomo. Per fare un significativo esempio, una ragazza a cui ho accennato in precedenza, che da anni mantiene la propria famiglia, mi ha sempre parlato del proprio marito in tono entusiasta, imputando solo alla sconfortante situazione del mercato del lavoro italiano il suo mancato impiego. Altre ragazze hanno fatto scelte sentimentali rischiose e di rottura rispetto ai loro stessi meccanismi di auto-rassicurazione: alcune hanno azzardato un matrimonio misto, una si è spinta fino alla convivenza senza matrimonio.
La nostra impressione generale, per concludere, è stata la percezione di un universo molto variegato. Un universo in cui c'è spazio per il mutamento sociale, che, se ha implicato ed implica difficoltà e dolore per le sue protagoniste (perché l'adattamento ad una realtà così diversa è indubbiamente duro e faticoso) non ha spaventato queste donne, in grado di chiamarsi in causa, di rimettersi in discussione, di creare nuovi rapporti e di dare una nuova forza alla propria identità. La grande maggioranza di loro - non tutte, purtroppo - ha insomma saputo costruirsi una solida appartenenza italiana, tanto che nelle loro dichiarazioni la nostalgia - sempre forte - per il Marocco e l'auspicio di poter rivedere più di frequente le famiglie di origine si sono spesso legati alla serena considerazione del proprio futuro come di un tempo ormai appartenente al nostro paese. Tornare davvero indietro - non solo per poco tempo, in vacanza - sarebbe oggi per buona parte di loro, difficile.