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Dibattito
Coordina i lavori:
Tullia Carettoni

TULLIA CARETTONI - Sin qui abbiamo sicuramente potuto ascoltare alcune relazioni molto stimolanti. Immaginando - e auspicandomi - che il dibattito che ora apriamo si riveli altrettanto acceso e proficuo, sono costretta a chiedere a tutti coloro che vorranno intervenire di essere molto brevi, anche perché questo convegno non si pone la sola finalità di presentare il progetto di cui è parte, ma anche quella di raccogliere il massimo possibile di opinioni e di contributi volti a migliorare l'operato futuro: quello dell'ONG nella fattispecie e quello della cooperazione italiana in generale.

KADIGJA BOVE - La mia professione è quella di attrice e studiosa di teatro, ma anch'io sono stata, in passato, una cooperante. Ho chiesto di parlare per prima proprio per portare subito la mia testimonianza a sostegno e conferma di ciò che ha detto Jociara Lima De Oliveira nella sua relazione.
Riassumo sinteticamente i termini della mia esperienza nella cooperazione, che si è svolta in Somalia parecchi anni fa. L'allora direttrice dell'Accademia delle Arti e delle Scienze (che, per inciso, non era l'unica donna somala che, in quel periodo, ricopriva un incarico di alta responsabilità, se è vero che la componente femminile del Governo ammontava a quattro ministre e una vice-presidente), fece richiesta all'Università di Roma di cooperare alla fondazione di una scuola di teatro. Per mia fortuna, l'unica collaboratrice per il teatro dell'Ateneo che avesse le caratteristiche ritenute necessarie per ambire alla direzione della scuola (diploma presso il Piccolo Teatro di Milano e competenza attiva nelle due lingue) ero io, e così la mia candidatura fu accolta.
E proprio il fatto che la lingua del paese fosse anche la mia lingua - essendo io figlia di madre somala e padre italiano - mi consentì, una volta in Somalia, di impostare il mio lavoro in modo da mettere a frutto le potenzialità delle due culture. Prima di aprire le iscrizioni alla scuola esplorai, insieme ad altre esperte dell'Accademia, le varie regioni del paese, raccogliendo testimonianze della tradizione teatrale, poetico-letteraria e musicale somala. Il nostro intento era proprio quello di recuperarne le espressioni più caratteristiche e di metterle a confronto con quelle della cultura teatrale europea. Per quel che mi riguardava più direttamente, poi, questa metodologia propedeutica mi sembrava un ottimo antidoto contro il rischio di far piovere dall'alto e dall'esterno gli insegnamenti canonici appresi nella mia formazione professionale italiana.
Alla prima selezione si presentò un numero davvero sorprendente di aspiranti attori ed attrici, anche se l'amalgama dei due gruppi, inizialmente, non era certo spontanea. Inoltre, dovemmo superare la diffidenza espressa dalla maggior parte dei partecipanti ai corsi - soprattutto dai mogadisciani "urbani", ovvero coloro che non abitavano nelle boscaglie - verso il programma che avevamo elaborato: la musica, la danza e la letteratura tradizionali venivano infatti considerate come irrimediabilmente superate dai tempi.
Tuttavia, grazie anche alla bravura dei due insegnanti (un uomo e una donna), queste due difficoltà iniziali vennero progressivamente superate: i ragazzi e le ragazze, assistendo insieme alle lezioni, presero sempre maggiore interesse alla tradizione del loro popolo, che facevano reagire con le pratiche e le tecniche recitative di stampo occidentale che andavano contemporaneamente apprendendo. Forse il risultato più interessante della scuola fu la produzione di una versione del Sogno di una notte di mezza estate in lingua somala, che filmammo e presentammo anche in Italia. Quando dovetti porre termine al mio incarico (nel 1988, agli albori della guerra), eravamo giunti al terzo atto.
Ho voluto, seppur in estrema sintesi, presentare questa mia esperienza proprio per dare un esempio di quanto sia importante che gli operatori ed i responsabili di ogni progetto di cooperazione dimostrino di avere una conoscenza profonda delle culture dei paesi che attraverso di loro entrano in relazione: conoscenza che deriva, in primo luogo, dalla loro stessa biografia.
Alle considerazioni fatte in proposito da Jociara, vorrei quindi aggiungere solo una particolare sottolineatura conclusiva: una componente fondamentale della competenza della (o del) cooperante consiste, a mio parere, nel suo bilinguismo, che nel mio caso si è rivelato essere una premessa indispensabile per la realizzazione del progetto.

ARBI SAMIA - Vi ringrazio per questa iniziativa che permette di sollevare una questione molto importante: quella del ruolo della donna migrante in Europa. Importante sia nell'ambito familiare, che in quello economico, come sottolineava la signora De Oliveira.
Volevo darvi un'informazione sulla Tunisia. Ogni anno, in agosto, in Tunisia viene organizzata una conferenza di donne tunisine migranti che vivono in altri paesi. Si incontrano per condividere le loro esperienze, per parlare del loro vissuto e per cercare di vedere come contribuire e come giocare un ruolo importante anche nel loro paese d'origine. L'idea attuale in Tunisia è che la donna che vive all'estero contribuisce a rafforzare ancor di più i legami familiari: salvaguarda tutte le abitudini e le tradizioni del suo paese e rafforza le relazioni tra il paese in cui vive e il suo paese d'origine. Inoltre, a livello culturale la donna che vive all'estero può diffondere la cultura del suo paese e creare dei legami di amicizia e di cooperazione fra il paese in cui è emigrata e il suo paese d'origine. Ed è proprio in quest'ambito che ho potuto verificare l'esperienza della donna migrante in Francia. In questo paese, attualmente c'è la volontà di creare delle associazioni di donne tunisine che possano giocare un ruolo attivo nella circoscrizione in cui vivono. Quest'esperienza ha dato dei buoni risultati perché ha favorito gli scambi, anche culturali, tra i due paesi, la Francia e la Tunisia.
Penso che si dovrà giustamente far rientrare la donna migrante nel circuito culturale ed economico per creare insieme la mediterraneità, una cooperazione molto fruttuosa per le due parti in cui la donna gioca un ruolo importante.

EVELINA MAZZEO - Vorrei innanzitutto esprimere, sulla base della mia esperienza di socia di questo Istituto (lo sono dai tempi in cui ancora si chiamava Istituto Italo-Africano), il mio apprezzamento per l'andamento dell'incontro di oggi.
Alle tante idee che sono sin qui emerse, vorrei aggiungere un paio di brevi notazioni, che, pur non essendo di tema strettamente "mediterraneo", credo possano essere proficuamente associate ai temi dibattuti nelle relazioni di questa mattina.
La prima è una segnalazione, rivolta a coloro (probabilmente pochi) che non lo conoscessero, di un libro che ho avuto occasione di leggere recentemente: Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus, edito da Feltrinelli. L'autore è un professore di economia che - per dirla in breve - ad un certo punto della sua attività di ricerca si è posto le due domande fondamentali che dovrebbe porsi ogni economista: come mai esiste la povertà? come possiamo arginarla?
Nel tentativo di rispondere, ha cominciato a finanziare di tasca propria una rete di minuscoli prestiti a beneficio della popolazione più povera, e soprattutto delle donne. Questo professore musulmano è quindi giunto, partendo da posizioni di analisi economica, alla stessa conclusione che oggi abbiamo sentito ripetere spesso: solo il coinvolgimento diretto delle donne garantisce esiti duraturi alle azioni di sostegno allo sviluppo e di lotta alla povertà.
Il libro descrive il processo attraverso il quale questa iniziativa di micro-credito, nata quasi dal nulla in Bangladesh, ha ormai raggiunto dimensioni planetarie. Yunus è fautore di una netta divisione sessuale fra i destinatari dei finanziamenti, che a suo avviso devono essere riuniti in piccoli gruppi omogenei di donne o di uomini, e dichiara di aver tratto questa prassi dalla frequente osservazione di casi in cui la presenza in un gruppo di donne anche di un solo uomo scatenava in quest'ultimo l'impulso a cercare di gestire il potere derivante dal micro-finanziamento accordato dalla banca.
In generale, poi, ritiene che le donne dimostrino maggiore e concretezza, positività e capacità "imprenditoriali" di reinvestimento degli utili. Sembra insomma che sia confermata la correttezza delle considerazioni che abbiamo ascoltato poco fa dalla signora De Oliveira. E credo che - lo dico senza intenti polemici - non solo dalle vicende dei paesi in via di sviluppo, ma anche da quelle di altri paesi (a partire dal nostro) si potrebbero trarre esempi da addurre a conforto di queste tesi.
L'altro spunto che vorrei proporre alla vostra attenzione deriva più direttamente dalla mia esperienza professionale di insegnante di agronomia e coltivazione negli istituti agrari.
Anche recentemente mi sono aggiornata sull'agricoltura tropicale, ossia sull'agricoltura della maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Sono convinta che le possibilità di riuscita di tale sviluppo dipendano ancora strettamente da un efficace sfruttamento del suolo, a partire proprio dalla coltivazione del piccolo orticello, che come sappiamo, è affidata in grandissima parte alle donne. A fronte di questo grande carico di responsabilità nei confronti della sopravvivenza e dello sviluppo economico delle proprie società, le donne soffrono però troppo spesso di una grave carenza di informazione sulle possibilità innovative delle tecniche agricole. Ho constatato in prima persona - per fare un solo esempio - quanto sia misconosciuta la tecnica della concimazione organica nei paesi del Corno d'Africa.
Colgo quindi questa occasione per segnalare alle operatrici e agli operatori della cooperazione italiana (governativa e non) la necessità incrementare il numero e la portata delle iniziative di sensibilizzazione e di educazione delle donne coltivatrici. Credo che questo sia un versante strategico determinante per cercare di vincere la guerra contro la povertà che tutti vogliamo condurre.

GIANLUPO DEL BUONO - Mi presento: sono un socio dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente attualmente impegnato nel Programma "Geocity" dell'UNESCO. Il mio breve intervento ha lo scopo sostanziale di fare una raccomandazione.
Credo che sarebbe proficuo ed opportuno dare continuità alle attività illustrate nelle precedenti relazioni tramite l'istituzione (all'interno del Forum delle Donne per il Mediterraneo o in un'autonoma Associazione) di un gruppo di lavoro che miri concretamente a contribuire alla risoluzione del problema (non certo solo teorico) dell'unità dei paesi del Mediterraneo. Ritengo infatti che tale unità sia fondamentale per evitare il pericolo - assai prevedibile - che i tasselli inseriti con fatica dalle attività del volontariato nel mosaico dello sviluppo vengano spazzati via dalle tempeste politiche purtroppo così frequenti in Mediterraneo e in Oriente. Adottare un programma di salvaguardia in questo senso significa, ancor prima di ottenere dei risultati positivamente misurabili, creare un asse portante sulla quale questi risultati si possano via via allineare ed accumulare, per ottenere poi una struttura inamovibile, che possa appunto resistere alle menzionate tempeste.
La rilevanza del ruolo delle donne è, in questo senso, indiscutibile. Sono perfettamente d'accordo con quanto dice la senatrice Carettoni quando sostiene che quello che le donne non vogliono non si fa. Ciò non significa che debba esser fatto tutto ciò che le donne vogliono, ma è indubbio che il peso del loro assenso su qualsiasi processo sociale sia assolutamente determinante. È quindi fondamentale persuadere la componente femminile dei popoli del Mediterraneo dell'estrema importanza dell'istanza unitaria: la quale non trae spinta - si badi - da utopiche velleità, ma, al contrario, dalla presa d'atto dell'esistenza di una realtà concreta: la cultura mediterranea.
Altrettanto concreto appare il rischio che l'unità europea (per la quale, peraltro, mi batto personalmente da quarant'anni) spezzi in due tronconi quella mediterranea, facendo sì che i nordafricani diventino sempre più africani e i sudeuropei sempre più europei, con un pericoloso aumento della reciproca discomprensione.
Di questo problema penso che le donne possano essere intuitivamente e culturalmente ben coscienti. Ma mi sembra anche che per perseguire questo obiettivo debbano ancora essere chiariti alcuni rapporti. Ho l'impressione che le donne italiane - specialmente le appartenenti alla classe borghese - ritengano di essere più emancipate rispetto alle donne nordafricane. Nei fatti, è più probabilmente vero il contrario: soprattutto le donne islamiche hanno un'influenza sul loro mondo maschile ben maggiore. Faccio un esempio, riferendomi a quella che a mio parere può essere considerata l'anima stessa dell'Islam: il sufismo. Nel sufismo dei paesi nord-orientali le donne rivestono un'importanza drammatica e basilare, confermata, come è stato evidenziato questa mattina dalla relazione di Carla Ghezzi, dal vero e proprio mare di dati che possiamo rintracciare nelle relative opere letterarie. Secondo me, in ultima analisi, sono più le donne europee di quelle nordafricane ad avere bisogno dell'unità mediterranea.
Io mi auguro che si possa realmente giungere ad un tavolo di lavoro che si ponga questo obiettivo. Ricordo, a questo proposito, quello che diceva (e scriveva) il sultano del Marocco, quando sosteneva che i mediterranei (si badi: non i marocchini) fossero l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente. Aveva pienamente ragione; ma oggi si potrebbe aggiungere che questo anello, per svolgere la sua funzione di collegamento, dovrà essere ben saldato, ben temprato.
Per chi avesse dei dubbi su questa unità culturale di tutto il mondo mediterraneo (drammaticamente e vera ed oggi drammaticamente pericolante), rimando ai libri, dalle Memorie del Mediterraneo di Braudel allo splendido Breviario (nell'ultima edizione Nuovo breviario) del Mediterraneo del croato Matveievic.
Ribadisco, per concludere, che a mio avviso da questa unità tutto dipende. Se su di essa fonderemo il nostro lavoro (compreso quello che sto compiendo io stesso, in questo periodo, in Mali) questo potrà avere una durata, una solidità ed un obiettivo. Altrimenti - lo dico da povero ingegnere - staremo costruendo sulla sabbia.

KADIGIA ALI MOHAMUD - Io sono un medico, sono stata docente all'Università Nazionale Somala e lavoro nella cooperazione (non solo italiana) da più di dieci anni. Attualmente sono la vice-coordinatrice per il Corno d'Africa del CIRPS (Interuniversity Research Centre on Developing Countries).
Le osservazioni che vi vorrei proporre nascono dunque dalle mie esperienze sul campo: campo in cui, purtroppo, non si registrano molte eccezioni alla regola generale che impone alle donne difficoltà di inserimento maggiori di quelle che devono superare gli uomini. La regola viene applicata sia nei paesi che promuovono che in quelli che beneficiano della cooperazione: non è sulla base della nazionalità, ma sulla base del sesso che si applica la prima discriminazione.
Tuttavia, se si è una donna nera e si vuole lavorare in un progetto di cooperazione gestito da una comunità non nera, le difficoltà aumentano. Non è più sufficiente dimostrare di essere all'altezza: bisogna dimostrare di essere particolarmente brave.
Un ultimo ostacolo consiste poi nella difficoltà di farsi accettare nel paese che "riceve" il progetto come cooperante, ovvero come rappresentante a tutti gli effetti dell'azione di cooperazione del paese promotore.
Il quadro generale, per una donna immigrata come me, è quindi piuttosto cupo. Proprio perché ho lavorato anche per altri paesi, posso aggiungere con cognizione di causa che la cooperazione italiana è particolarmente chiusa agli apporti di chi non è italiano. Come si è detto oggi, questo significa sprecare una grande risorsa, che potrebbe incrementare notevolmente gli effetti delle iniziative a sostegno dei paesi in via di sviluppo.
Credo che nella cooperazione italiana ci sia infatti un serio problema di competenza. Molti cooperanti, dopo un anno di lavoro, per esempio, in Africa, si autodefiniscono "esperti" del continente. Io, che sono africana ed islamica, ho avuto bisogno di non meno di tre anni per avere un'idea su come comportarmi nella complessa società di Harar, in Etiopia. Vivo in Italia da sette anni, e ancora ci sono molte cose del vostro paese che non riesco a capire.
La cooperazione italiana finanzia molti progetti e spende molti soldi, ma il rapporto costi / benefici è molto basso. Forse dietro a questo deficit c'è anche l'incompetenza di molti esperti. Credo che il criterio di scelta dei cooperanti dovrebbe prescindere dalla nazionalità ed essere più meritocratico.
Il problema dell'accettazione degli operatori della cooperazione da parte delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo è anch'esso strettamente legato alla scarsa (in alcuni casi scarsissima) credibilità dei progetti. Questo è un problema generale, che purtroppo riguarda la cooperazione italiana come le altre, anche se va detto che il punto più basso, in questo senso, è toccato dalle Nazioni Unite.
Le motivazioni di questa sfiducia non sono difficili da individuare. Vi faccio un esempio semplice, tratto ancora una volta dalla mia esperienza. In Somalia, alcuni cooperanti hanno automobili da sessantamila dollari e vicini di casa che muoiono di fame. È molto difficile, in queste condizioni, che essi riescano a convincere la popolazione di essere venuti nel loro paese per aiutarli. L'ultima volta che sono stata in Somalia, non più di tre mesi fa, la prima cosa che mi è stata chiesta è stata se veramente ero venuta a fare della cooperazione, se veramente ero venuta anch'io a raccontare favole come gli stranieri. Capisco che sia duro da accettare, ma le cose stanno così.
Il rapporto fra operatori e popolazioni è molto spesso segnato dal fatto che i primi sono inesperti o terrorizzati dall'ambiente che li circonda. D'altro canto, non ci si può nascondere che fra le motivazioni che possono spingere a scegliere questo mestiere c'è anche quella economica: un operatore guadagna all'estero fino a dieci volte tanto quanto guadagnerebbe nel suo paese. Quando una donna o un uomo immigrato (come ricordava De Oliveira stamattina) si sente dire che, come cooperante nel proprio paese di origine, non potrà ricevere più dei propri connazionali, non può evitare di rilevare una palese contraddizione.
Concludo accennando ad un ultimo conflitto, forse il più intimo e doloroso, che chi riesce a lavorare in un progetto di cooperazione nel proprio paese di provenienza è costretto ad affrontare, e che è legato alla consapevolezza dei reali bisogni della popolazione che egli possiede in misura tanto maggiore rispetto a qualsiasi altro collega straniero. Il conflitto è determinato dalla constatazione dell'enorme diaframma fra lo stato di miseria in cui versano i suoi connazionali e i risultati, spesso assai scarsi, del progetto in cui è egli stesso coinvolto. In presenza di sprechi e di incompetenze come quelli di cui ho parlato (e che purtroppo non rappresentano l'eccezione alla regola) il senso di impotenza può diventare veramente lacerante.

TULLIA CARETTONI - Mi pare che l'ultima oratrice abbia fatto una denuncia assai grave e pesante di tutto l'impianto della cooperazione. Noi non possiamo che prenderne atto e trasmettere anche questa opinione ai responsabili ed agli operatori, presenti in sala e non.

BARBARA SORGONI - Io sono un'antropologa e, forse proprio perché non sono un tecnico della cooperazione, il mio intervento si differenzierà dai precedenti, non consistendo tanto in un contributo personale quanto in una serie di domande e di richieste di chiarimenti su alcuni dei temi affrontati.
Comincerei facendo riferimento ad una frase pronunciata dalla dott.ssa Benini, ovvero che le donne, tradizionalmente custodi dei valori della comunità e loro traghettatrici fra passato e futuro, costituiscono molto spesso, anche in contesti di migrazione, il tramite principale fra la nuova cultura di arrivo e quella di provenienza.
Mi sembra comunque che questo fondamentale tema del tramite, del "ponte" fra culture, comporti anche una serie di problemi e di nodi da risolvere. L'immagine stessa del ponte ripropone l'idea di una dicotomia tra tradizione e modernità, la quale a sua volta, messa in relazione con il problema dell'inserimento in una nuova e diversa cultura, fa pensare che le donne immigrate vi rappresentino il polo della tradizione, opposto al polo della modernità costituito dalla società europea. In altre parole, occidentalizzarsi (o entrare nell'Occidente) diventa così un sinonimo di emanciparsi.
In verità, molti spunti degli interventi che abbiamo ascoltato oggi (come, per esempio, quello di Carla Ghezzi) mettono in luce come la maggior parte delle donne già lavorino - e duramente - nel proprio paese prima di emigrare, di come già lì siano capifamiglia. Da questo punto di vista, dunque, la condizione che si trovano a vivere una volta giunte in un paese occidentale non è per loro una condizione inedita.
Peraltro, la stessa Carla Ghezzi ha toccato un punto molto interessante: quello dell'eccezionalità di altre condizioni, come quelle imposte dalla guerra o dall'esilio, che vedono spesso il ruolo delle donne assumere un'importanza di assoluto ed inedito rilievo. È successo, per esempio, nel Corno d'Africa e in Algeria, dove le donne sono state veramente in primissima linea in drammatici conflitti.
A questo proposito, la domanda che mi / vi pongo è questa: dove va a finire questo ruolo da protagoniste delle donne nel momento in cui la situazione ritorna alla normalità? Mi sembra infatti che molto spesso, in questi casi, le donne siano costrette a ritornare nello stato di invisibilità nel quale vivevano in precedenza.
Invisibilità, non subalternità: le donne continuano a lavorare, a produrre, a sostenere la propria famiglia, ma queste loro fondamentali funzioni sociali non vengono visibilmente riconosciute dalle loro comunità.
Credo che questo discorso possa essere messo in relazione con ciò che diceva Lima de Oliveira quando auspicava una maggiore attenzione sull'effettiva gestione femminile dei progetti nati per potenziare il ruolo delle donne; e mi chiedo anch'io come la relatrice che mi ha immediatamente preceduto se dietro ad alcuni fallimenti in questo senso non ci sia un problema di effettiva conoscenza dei contesti locali in cui operano alcuni "esperti" della cooperazione.
Vi trasmetto quindi queste mie perplessità, chiedendovi di aiutarmi a superarle.

TULLIA CARETTONI - La ringrazio molto per il suo intervento, che mi sembra abbia rimesso a fuoco una serie di importanti problemi. Mi consenta di risponderle sulla questione del "ritorno a casa" delle donne dopo la loro partecipazione ad un evento bellico. Sono infatti in grado di avvalorare la mia posizione in merito con una testimonianza personale, e quindi riferita al contesto di un paese europeo come l'Italia.
Da ragazza, infatti, ho partecipato alla Resistenza, nel senso che sono anch'io andata in montagna insieme a miei coetanei e a mie coetanee. Per morire noi donne eravamo considerate assolutamente uguali agli uomini, tant'è vero che, proiettando nel futuro gli esiti di questa parificazione, eravamo convinte di conquistare, insieme alla liberazione, anche l'uguaglianza. Neanche per sogno. Quando siamo tornate (e badi che sto parlando di donne che, come me, militavano in un partito di sinistra) siamo state salutate, ringraziate ed invitate ad iscriverci tutte nell'Unione Donne Italiane per occuparci dei bambini, dell'infanzia e dei "fatti nostri": in altre parole, ci hanno tranquillamente rispedito a casa.
Certo, è una storia di cinquant'anni fa. È superfluo sottolineare che da allora molte cose sono cambiate. Ma mi sembra che questo esempio italiano sia ben in linea con la tendenza, che lei ricordava, a dimenticare in fretta, dopo essersene giovati, il contributo che le donne sanno fornire al proprio paese in particolari momenti di crisi.
E - si badi bene - non ho certo fatto questo paragone perché sia una sostenitrice della teoria che, partendo dal presupposto che le civiltà non occidentali siano giunte ad uno stadio di evoluzione inferiore rispetto alle nostre, pretende che l'analisi di un processo che ha avuto luogo in passato in una società occidentale sia utilizzabile per comprendere o addirittura prevedere un analogo processo di una società del cosiddetto Sud del mondo. Al contrario, sono convinta che i "gradini" e le "scalinate" non siano uguali per tutti: ogni civiltà compie un proprio, singolare percorso.
Ma il mancato riconoscimento in tempo di pace delle capacità dimostrate dalle donne in tempo di guerra cui ho appena accennato è purtroppo, a prescindere da ogni paragone, una costante universale, verificata in tutto il mondo ed in tutte le epoche, tanto che, come si è visto, non è per noi necessario spostarsi di molto nel tempo e nello spazio per trovarne un esempio.

MARIA TERESA PALAZZOLO - Io sono un'assistente sociale che ha lavorato come cooperante in diversi paesi dell'Africa. Volevo aggiungere la mia testimonianza a quella di Kadigia Ali Mohamud.
Devo dire, infatti, che tutto ciò che la dottoressa ha vissuto da cooperante somala io l'ho vissuto da cooperante italiana, e non posso che sottoscrivere la correttezza complessiva della sua denuncia.
Ho infatti provato in prima persona il terribile disagio di essere in un paese del Sud del mondo in veste di "esperta" e di scoprire di non conoscere niente della realtà che mi circondava. Ho scoperto poco a poco come comportarmi, e necessariamente l'ho fatto, oltre che sulla mia, anche sulla pelle delle persone che avrei dovuto aiutare.
È molto tempo (dal '90) che non sono più impegnata nella cooperazione, e non so se oggi qualcosa sia cambiato. Posso parlare solo del passato. Ma posso dire che c'era una differenza fra il mio atteggiamento e quello della maggior parte dei miei colleghi: io non sapevo cosa fare e ne ero molto preoccupata, loro non sapevano cosa fare ma non si mettevano molti problemi, anzi superavano l'imbarazzo con l'arroganza e la presunzione.
Nonostante tutto questo, io ho continuato a partecipare ai progetti perché ho capito quale arricchimento portasse in primo luogo a me stessa questo lavoro. A sostegno di questa decisione, invocavo un ragionamento sicuramente un po' cinico, del tipo: tanto ci vanno tutti, io almeno mi pongo il problema.
La scoperta dell'altro è stata comunque un'esperienza che mi ha cambiato radicalmente e che mi porto ancora dentro: è stata l'esperienza più importante della mia vita.

LUIGI SEGHEZZO - Come presidente di una ONG che fa cooperazione internazionale mi sento chiamato in causa molto direttamente da alcuni degli interventi che hanno movimentato questo dibattito.
Devo dire subito che molto di quello che è stato detto è vero, ma aggiungo che ritengo giusto si facciano alcune distinzioni. Molti di voi conoscono il difficile mondo della cooperazione, e sanno quanto sia articolato: c'è la cooperazione governativa, quella dei grandi organismi internazionali, quella della Banca Mondiale e via dicendo. Un tipo particolare di cooperazione è quella portata avanti dalle ONG.
Non voglio certo difendere a spada tratta le organizzazioni non governative, le quali vivono all'interno del sistema della cooperazione e possono partecipare dei suoi pregi come dei suoi difetti. Ma va detto che, in questo scenario, le ONG hanno sempre avuto l'intenzione di distinguersi per alcune caratteristiche precipue.
Così come va detto che, spesso, la legge non aiuta né noi né altri soggetti a dare seguito alle nostre intenzioni. Come tutti sappiamo, per esempio, l'azione cooperativa del Ministero degli Affari Esteri è praticamente bloccata. Al Ministero si sostituiscono altre realtà. Analizzando la gestione degli aiuti all'ex-Yugoslavia, per fare un esempio, ci si può rendere conto di quanto la situazione possa essere caotica: oggi, nei fatti, c'è un organismo "autonomo" che ha il compito di gestire tutti gli aiuti raccolti nell'ambito della Missione Arcobaleno a sostegno dei profughi.
La legge di riforma della cooperazione (che, se vedrà mai la luce, nascerà vecchia) doveva essere approvata due anni fa: siamo giunti alla versione Boco 9 (Boco è il nome dell'estensore).
Ci muoviamo tutti, insomma, in uno scenario un po' paradossale, e tutti dobbiamo far fronte a regole - permettetemi il termine - un po' demenziali.
È stato più volte ricordato il problema degli stipendi del personale locale nei progetti di cooperazione. Anche in questo ambito la legislazione non aiuta. Non solo quella italiana: noi, per esempio, lavoriamo molto con l'Unione Europea, il cui regolamento inderogabile, fino a ieri, riconosceva un tetto di 280 ECU (ovvero di circa 350.000 lire) per il rimborso delle prestazioni dei massimi esperti locali.
Dico tutto questo non per avanzare giustificazioni, ma per sottolineare alcune perversità del sistema complessivo della cooperazione. E proprio perché le ONG di questo sistema costituiscono - con tutti i distinguo del caso - il settore più agile, credo che in primo luogo su di loro cada la responsabilità dell'impegno a rinfrescare la macchina della cooperazione internazionale con una ventata di democrazia e di apertura all'apporto di tutti.

TULLIA CARETTONI - Prima di concludere il dibattito, vorrei cogliere da questo suo ultimo atto un ammonimento finale per tutti noi.
Credo infatti che, anche alla luce di quanto è stato detto oggi, sia molto importante che tutti gli attori della cooperazione allo sviluppo si impegnino sempre di più ad organizzarsi e a scambiarsi reciproci contributi di riflessione volti a correggere gli errori e a riprodurre i meccanismi vincenti del loro operato.
Sappiamo per esperienza che la denuncia degli aspetti negativi è sicuramente utile e necessaria, ma, se non si concretizza in proposte positive che indichino la strada da percorrere, rischia di diventare sterile.
Anch'io, però, non posso esimermi da un'osservazione finale che potrebbe far inclinare al pessimismo. Avendo l'abitudine di procurarmi i programmi pubblicati dai partiti in vista delle elezioni, ho potuto constatare con preoccupazione che oggi manca a tutte le forze politiche italiane una proposta di respiro per quanto riguarda le relazioni future con l'Africa e l'Asia.
Credo che si tratti di una carenza assai grave, che potrebbe essere giustificata (a maggior ragione visto il tipo di appuntamento elettorale che ci aspetta) solo dalla esistenza di una politica italiana non bilaterale, ma inserita nell'ambito dell'Unione Europea, che desse alle relazioni internazionali con gli stati di questi continenti il citato - e necessario - respiro. Purtroppo mi sembra che su questi temi, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo, l'Unione Europea - scusate la franchezza - si limiti a sbattere la panna montata.
Siamo, evidentemente, in un periodo di grande difficoltà, proprio perché alla grande abbuffata verbale di discorsi sulla globalizzazione non sembrano seguire approcci concreti che affrontino il processo non solo sulla base di ricette di politica monetaria.
Per concludere davvero, invito quindi coloro che interverranno oggi pomeriggio e domani a trasformare questa nota pessimistica in uno stimolo all'individuazione di qualche elemento che possa portare, in un futuro il più possibile prossimo, al superamento di questo grave impasse.