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La donna migrante fra realtà e finzione narrativa
Carla Ghezzi
IsIAO - Ufficio studi africani

"Ripensavo allora al villaggio, alle giornate tutte uguali, in cui non succedeva niente. Quelle giornate piatte, vuote, si stiravano come una corda tra due alberi. Il tempo era quella corda tesa e diritta, segnata da tre nodi, uno all'inizio, uno a metà e uno alla fine: tre momenti in cui capitava qualche cosa: le posizioni del sole. La vita era segnata da quei tre momenti: quando bisognava far uscire le bestie, mangiare nel momento in cui il sole si trovava sopra la testa, fare rientrare le bestie al tramonto. [...] Arrivando in Francia venni a sapere che la famosa corda era una sequenza di nodi stretti gli uni agli altri e che poca gente aveva il tempo libero per starsene sotto un albero".

In questo brano, tratto dal più lirico dei romanzi sull'emigrazione, Les yeux baissés di Tahar Ben Jelloun, la descrizione del villaggio natale non delinea un paesaggio geografico, ma una quiete dell'anima. Per la protagonista ripensare la propria vita diventa un'esperienza quasi onirica, rivissuta senza l'enfasi dei rimpianti e gli intenerimenti della nostalgia. Nel romanzo, al topos privilegiato nella letteratura dell'emigrazione, quello della terra natale, si affianca quello del potere della scrittura. La protagonista, una pastorella originaria di un villaggio berbero dell'Alto Atlante trapiantata a Parigi, sa che lascerà veramente il villaggio quando avrà imparato a usare in modo appropriato le consequenzialità temporali della lingua francese. Attraverso l'istruzione ella ricupera quelle radici che per la donna immigrata non scolarizzata rappresentano un ostacolo all'affrancamento. La Francia finisce così per essere identificata con la scuola, il dizionario, il primo libro letto, il primo diario. Il risultato non è l'ubiquità in due mondi e in due culture, ma la conquista "d'un anonimato totale dove sia solo il libro a parlare". Storia di una emancipazione, dunque, attraverso la scrittura: ma, soprattutto, storia di una donna che viene meno al patto, segretamente stipulato con il padre, di abbassare gli occhi quando si trova davanti a lui.
In un'altra opera in cui la protesta civile sopravanza la suggestione lirica, Ospitalité française, Tahar Ben Jelloun demolisce il mito della doppia cultura o quantomeno quello della lacerazione fra due culture, indotte nella seconda generazione di immigrati. In realtà, dell'una e dell'altra i giovani possiedono il più delle volte dei frammenti o, peggio, degli stereotipi. Una cultura distaccata dalla terra e dalla gente presso cui è stata generata e si è evoluta rischia di essere percepita come oppressiva o anacronistica. I genitori che impongono la rigida osservanza delle regole dell'Islam ai propri figli per proteggerli dai "pericoli" di una cultura estranea li condannano a un esilio nella cultura d'origine e in quella ospitante. Se, al contrario, il padre lascia che la propria diventi una cultura di ricordi e, tacendo, si fa da parte e consente che i propri figli siano irretiti dalle "tentazioni" metropolitane, diventa un esempio negativo, la rappresentazione di un fallimento. In ambedue i casi lo scontro generazionale genitori / figli, connaturato nella storia dell`uomo, diventa un conflitto culturale ed esistenziale. Le ragazze subiscono più fortemente questa oppressione / lacerazione. Sulla figlia la volontà paterna viene esercitata in modo più autoritario, in virtù delle circostanze eccezionali cui è assimilato l'esilio. Più che nella terra d'origine, è necessario che le ragazze osservino un contegno irreprensibile nella società ospitante, i cui modelli di comportamento appaiono il più delle volte sottratti, quando non contrari, al giudizio morale. Le leggi che regolano l'ordine sociale assurgono, in terra d'immigrazione, a simboli d'identità.
Se una ragazza araba decide di sposare un cristiano, questo provoca un conflitto all'interno della famiglia, sia perché la legge islamica vieta il matrimonio fra una musulmana e un non-musulmano (pur ammettendo il contrario), sia perché l'ammissione di uno straniero nel clan è considerata una turbativa dell'assetto tradizionale. A causa della figlia, l'immigrato deve sostenere due pressioni antitetiche: l'una, quella esercitata dalla terra d'origine, interiorizzata, ma lontana; l'altra, quella della terra ospitante, onnipresente e aggressiva. Così, anche senza un'intima convinzione, la ragazza si adegua al modello di vita occidentale per sfuggire l'oppressione paterna e fraterna e l'impassibilità materna.
L'affrancamento dai vincoli familiari da parte della ragazza maghrebina immigrata è il tema di Volevo diventare bianca di Nassera Chohra, nata a Marsiglia da genitori saharawi residenti in Algeria, che racconta in forma autobiografica il percorso di una ragazza nera, musulmana, che non è diventata bianca e non ha completamente assorbito il modello europeo, francese prima, italiano poi. La candeggina usata per schiarire la pelle, il salame e il vino consumati per diventare cattolica: espedienti ingenui per non sentirsi più "diversa" dalle compagne di scuola, evocati con semplicità, humour e una sottile ironia. L'intento, dichiarato, dell'autrice è di informare sull'esperienza dell'emigrazione, senza drammatizzare, né turbare il lettore. Il suo libro ci offre un'altra prospettiva, un'immagine diversa della donna immigrata, non necessariamente vittima, non passiva, non subalterna; capace, al contrario, di progettare il proprio futuro.
La citazione iniziale del brano tratto da Les yeux baissés ha già proposto il tempo come elemento centrale nel fenomeno migratorio; nella dinamica al femminile che ci interessa in questa sede, se il tempo viene posto in relazione con lo spazio, si noterà come all'esiguità dell'ambiente "chiuso" - la casa, l'harem, l'hammam, di cui la donna dispone in maniera autonoma - si opporrà una straordinaria dilatazione del tempo per colei che si muove all'interno di quello spazio. Le due coordinate spazio / tempo verranno rovesciate in una congiuntura dolorosa - la guerra, l'emigrazione - allorché l'apertura della donna allo spazio esterno, illimitato, ha come corollario una scansione e una contrazione del tempo d'azione.
In Les enfants du nouveau monde di Assia Djebar la protagonista lascia la casa-prigione ove il suo tempo e la sua vita si consumano nell'umiliazione dello status di donna sterile, per avvertire il marito, impegnato nella lotta di liberazione algerina, del pericolo dell'imminente cattura. Nella corsa contro il tempo attraverso la città - uno spazio enorme e, come tale, del tutto sconosciuto - Chérifa comprende di avere lasciato definitivamente lo stato dell'attesa passiva in favore di una nuova identità, quella di soggetto dell'azione.
L'eccezionalità della guerra rivive sotto molti aspetti nell'eccezionalità dell'esilio. La donna e l'emigrazione si configurano come due concetti contrapposti. Vi è antinomia tra due nozioni che rimandano l'una a un mondo proiettato all'interno, l'altra a uno proiettato verso l'esterno. L'invisibilità sociale della donna in un assetto tradizionale si cumula, nella società ospitante, con l'invisibilità anonima della straniera. Anche la presenza del velo nel mondo esterno ricorda che la donna è invisibile, in quanto non ha il diritto di essere nella strada, che è uno spazio maschile. La donna velata, all'esterno, resta "dentro", cioè non visibile, relegata in uno spazio "interno". In un contesto migratorio l'uso del velo sarà un'affermazione di identità culturale, religiosa, forse anche politica, nel momento in cui questa appare messa in discussione. Le dualità tradizione / modernità, ripiegamento identitario / integrazione vengono vissute dalla donna migrante nei suoi diversi ruoli: di moglie, con la difficoltà di accedere all'autonomia; di madre, con la difficoltà di educare i figli in un contesto poco conosciuto; di donna e capo-famiglia produttore di reddito: il più difficile, quest'ultimo, da fare accettare alla comunità d'origine. Più ancora che nella terra natale, l'immigrata è l'elemento di coesione della famiglia, il "ponte" fra le generazioni, la mediatrice nel rapporto spesso conflittuale tra padre e figlio e, più spesso, tra padre e figlia. La scolarizzazione femminile è ad esempio giudicata estranea al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna all'interno della famiglia e della società. La scuola costituisce invece per la ragazza immigrata un momento decisivo nella rottura dell'isolamento linguistico e culturale, uno strumento di promozione sociale e di inserimento professionale. Per la realizzazione di questi obiettivi è fondamentale la solidarietà della madre e la sua capacità di mediazione con il capofamiglia: percepita come custode delle tradizioni, la madre appare il più delle volte diversa dalle donne della società ospitante, in quanto spesso analfabeta, più spesso malata e vittima delle proprie superstizioni. In Francia - non ancora in Italia, dove non vi è una consistente presenza di immigrati di seconda generazione - si registra di frequente l'abbandono della scuola da parte delle ragazze di 15-16 anni, già penalizzate rispetto ai maschi dall'inserimento in istituti scolastici poco competitivi per ciò che riguarda gli sbocchi professionali. Tale discriminazione è ancora più evidente nei confronti dell'immigrata adulta non scolarizzata, che nella società ospitante deve affrontare una battaglia su due fronti: quello familiare, poco incoraggiante, e quello del mercato del lavoro, non sufficientemente remunerativo.
Un esempio di immigrate vincenti viene ancora una volta da Tahar Ben Jelloun: la protagonista e la co-protagonista di Les raisins de la galère, Nadia e Naïma, fanno propria la sfida delle rispettive famiglie; con percorsi diversi ambedue arrivano felicemente, anche se faticosamente, a coniugare la cultura d'origine con quella del paese ospitante, la Francia. Il padre di Nadia, che pure incarna valori tutti positivi, ammonisce la figlia a non confidare nella propria nazionalità francese, dal momento che nessuno, o quasi, ne terrà conto e tutti continueranno a considerarla araba. Tutto ciò che i media e gli specialisti sono riusciti a elaborare è stato dare un numero alla generazione della protagonista, la seconda. Nadia è una ragazza che fa "paura agli uomini" i quali, incontrandola, "abbassano lo sguardo" (viene in mente la protagonista di Les yeux baissés); nata in Francia, diventata francese, ella si trova a lottare su un duplice fronte: con i francesi, che non le riconoscono la sua nazionalità, e con gli integralisti islamici, che vogliono distruggerne l'identità acquisita. La lotta / ribellione diventa allora la vera protagonista del romanzo e il lungo viaggio attraverso l'Italia di Nadia, alla ricerca di Naïma, approdata al mondo patinato della pubblicità Benetton, altro non è che il viaggio all'interno della sua "ambizione", della sua "collera", della sua "passione" e della sua "rivolta".