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arabroma: Italia - Algeria:

uno sguardo dal presente

Samia Kouider

Sociologa

 

Devo confessare, in apertura, di trovarmi un po’ confusa davanti al compito che il titolo che abbiamo scelto per la mia relazione mi richiede di svolgere.

         I motivi di questa confusione (che cercherò comunque di superare presto) consistono, in primo luogo, nel fatto che il punto visuale da cui indirizzare lo “sguardo dal presente” a cui si fa riferimento non potrà essere che il mio, e non vorrei, quindi, che il mio intervento potesse essere tacciato di scarsa oggettività. In secondo luogo, il confronto con le vicende di donne del passato che abbiamo appena ascoltato (donne che poi, almeno nel caso di Assia Djebar e di Malika Mokeddem, appartengono ancor più al nostro presente), oltre ad essere di per sé assai impegnativo, è reso ancor più squilibrato dal fatto che, nelle loro opere, le esperienze di vita sono state rielaborate attraverso gli strumenti della letteratura: cosa che non potrà avvenire nel mio caso, dal momento che non sono, come loro, un’artista della scrittura.

         Ma, almeno per ciò che riguarda il problema della rappresentatività oggettiva di una vicenda personale in rapporto alla storia e alle condizioni di una popolazione femminile, mi conforta pensare che anche queste donne, pur avendo la notevole capacità di rappresentare un mondo femminile, rimangono pur sempre figure singolari rispetto al loro tempo e alla loro società: basti pensare alla storia straordinaria di Elisa Chimenti. Ecco, forse uno dei primi motivi che possono giustificare l’interesse per una storia individuale come la mia. Ciò sta proprio nel fatto che essa non è un’eccezione, ma, al contrario, può essere presa come un paradigma di una condizione di vita che, negli ultimi tempi, è comune ad un numero sempre più alto di donne.

         La natura dei due tipi di “viaggio” è già essenzialmente diversa, e non solo per l’inversione del senso di marcia (Sud-Nord contro Nord-Sud): usando due astrazioni, potremmo dire che se quello compiuto dalla Chimenti è in ultima analisi assimilabile al modello simbolico della “viaggiatrice”, quello che oggi accomuna me ad altri 125.000 migranti maghrebine in Italia rimanda piuttosto all’esperienza dell’esule.

         Le storie del “presente” di cui anche la mia, si differenziano quindi innanzitutto da quelle del “passato” per il fatto che le spinte al viaggio nascono per una pluralità di fattori interni e esterni alla propria società e le protagoniste migranti apartengono a tutte le estrazioni sociali.

         Fino a vent’anni fa, infatti, le donne che uscivano dal proprio paese (per esempio dall’Algeria) o lo facevano per motivi di studio e di ricerca (usufruendo quindi di un privilegio riservato a una ristretta élite socio-culturale), oppure si muovevano, da giovani o giovanissime (proprio come l’italiana Elisa Chimenti) al seguito di una famiglia che si spostava, solitamente, per motivi di lavoro.

         Oggi le dinamiche migratorie sono molto cambiate. La nuova generazione di migranti è fatta sempre più di donne sole, che si spostano a causa di un malessere. La natura di questo malessere può essere principalmente economica, politica, culturale o sociale; più spesso, rinchiude in sé una miscela di queste motivazioni, trasformandosi in una forza che spinge a partire, a cambiare.

         La prima conseguenza di questo “viaggio” è che la persona che lo compie passa da un luogo in cui possedeva un’identità sociale ben definita (a volte magari sin troppo definita) ad un altro in cui essa svanisce totalmente, un luogo in cui si diventa “nessuno”.

         D’altro canto, i problemi di ambientamento nella nuova società sono aggravati dal fatto che, in genere, chi si sposta ne aveva, prima di partire, un’idea fondata su meri stereotipi (positivi o negativi che fossero), e quindi corrispondente solo ad una parte della realtà che poi si trova a fronteggiare.

         Tutto ciò vale a maggior ragione quando chi migra è una donna che parte da una società arabo-berbera-musulmana per approdare in una società “occidentale”. Volendo schematizzare, possiamo ridurre lo spettro dei pregiudizi verso l’Occidente che animano la migrante media a due categorie: un tipo di pregiudizio materiale e positivo (nel senso che dà la spinta decisiva alla decisione di partire) attraverso il quale la società occidentale viene disegnata come esasperatamente opulenta, quasi che i soldi vi si raccogliessero per terra, e un tipo di pregiudizio culturale e negativo, che individua nella cultura imperante al di là del mare un fattore fortemente fagocitante della propria identità, e che spinge quindi talvolta ad un atteggiamento di chiara diffidenza, se non addirittura di rifiuto, nei confronti del modus vivendi di stampo occidentale, e tal volta ad un conformismo totale e acritico.

         La conflittualità non si sviluppa quindi tanto sul piano materiale e oggettivo (su quello che ho) quanto su quello, soggettivo, dei valori (su ciò che sono); ed è d’altronde alimentata da un atteggiamento assolutamente speculare da parte di chi appartiene alla cultura del paese in cui la (o il) migrante si trova a vivere.

         Anche su questo versante, infatti, i pregiudizi non influenzano in modo particolare la relazione finché essa si mantiene sul piano oggettivo e materiale dello scambio, ma compaiono immediatamente all’orizzonte non appena il rapporto tocca il livello culturale identitario, facendo inevitabilmente emergere le reciproche (e soggettive) diversità.

         Nel caso delle donne maghrebine, la visione occidentale pregiudiziale viene applicata soprattutto agli  aspetti percepiti come essenziali dello stile di vita e di pensiero delle loro società di appartenenza, o, per meglio dire, di partenza (a partire dal maschilismo islamico, con tutto il suo apparato di veli, reclusioni e sopraffazioni), generando reazioni che vanno dalla curiosità venata di esotismo alla vera e propria fobia.

         Per fare un esempio personale, l’altro giorno ho potuto ancora una volta constatare la sorpresa di una funzionaria di un municipio confinante con la Svizzera di fronte al fatto che una donna algerina come me fosse in grado non solo di vivere e lavorare in Italia, ma anche di intervenire, in veste di docente, ad un corso di formazione (in questo caso, di un seminario sulle politiche per l’immigrazione), rivestendo quindi un ruolo comune e ormai normale per tante donne “occidentali”, ma evidentemente ancora “impensabile” per una donna proveniente dal Sud del Mediterraneo. La signora in questione confessava le proprie iniziali perplessità in modo molto carino e simpatico; ma a maggior ragione per questo mi sembra che un episodio simile, per quanto minimo, possa dare la misura di quanto alcuni giudizi preconcetti abbiano la forza di  uniformare sotto un’unica tinta l’immagine variegata della diversità, e di farlo anche in persone che poi si dimostrano disposte a riconoscerla, e magari anche ad apprezzarla.

Bene, visto che sono scesa (anche se con leggerezza) sul piano dell’esperienza vissuta, continuo su questo livello, e mi chiedo: fino a che punto l’appartenenza alla mia cultura di origine ha potuto, può e potrà costituire un ostacolo della mia vita in Italia? E, simmetricamente, che tipo di ostacolo può rappresentare per me l’alterità della cultura italiana? E infine, che possibilità ho, che capacità possiedo, come soggetto, di mediare fra la spinta alla difesa di una cultura indubbiamente mia, ma che non fa più parte del mio vissuto quotidiano da otto anni, e il desiderio (per certi versi contrastante) di dialogare con un’altra che, pur non appartenendomi inizialmente, ho via via potuto metabolizzare e personalmente rielaborare.

         Mi sembra che il punto nodale del discorso sia proprio quest’ultimo, e credo che ciò valga per tutte e tutti coloro che si trovano a vivere a cavallo di due culture. Ma penso anche che per chi, come me, è donna ed è nata in Algeria, la questione sia particolarmente problematica.

         Il sistema sociale algerino è infatti basato (almeno nel suo schema tradizionale) sul primato assoluto della collettività: il valore di una persona è determinato da quello del suo gruppo di appartenenza. L’individualità è considerata un non-valore, o addirittura un anti-valore, poiché è vista come il fattore che scardina il principio fondante della coesione. Di conseguenza, il fatto che un soggetto possieda un progetto individuale non condiviso dal gruppo è di per sé stigmatizzabile.

         Ciò vale tanto di più nel caso in cui il soggetto in questione sia una donna. Alla sanzione della rottura della coesione sociale si aggiunge infatti la preoccupazione per il rischio che l’uscita di una donna dall’ordine del gruppo faccia perdere al gruppo il suo onore e la sua rispettabilità. Questo sistema genera in tutti noi una notevole forza coercitiva interiorizzata. Non bisogna però credere (come la funzionaria di cui dicevo poco fa) che le donne algerine non abbiano mai sconfinato dal ruolo e dagli spazi a loro destinati.

         Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, infatti, ha avuto inizio in Algeria un visibilissimo processo di progressiva occupazione da parte delle donne di spazi fino a quel momento esclusivamente riservati agli uomini. Ciò avveniva, evidentemente, dopo la partecipazione femminile alla lotta armata di liberazione nazionale e sull’onda della politica di sviluppo avviata e la massiccia scolarizzazione delle ragazze.

         Tale processo, tuttavia, pur provocando forti scompensi all’interno dei singoli nuclei famigliari (nei quali si consumava la rottura della tradizionale divisione fra funzioni produttive maschili e funzioni riproduttive femminili), non ha generato forti tensioni a livello sociale e politico, proprio perché i nuovi spazi occupati dalle donne, sia nel campo dell’istruzione che nel campo del lavoro, rimanevano comunque spazi pubblici che non attaccavano l’istituzione familiare. Utilizzando un’opposizione concettuale che abbiamo già incontrato, potremmo dire che si rimaneva nell’ambito di una (seppur notevole) crescita oggettiva del ruolo sociale della donna, mentre dal punto di vista delle trasformazioni culturali e delle capacità decisionali della donna all’interno della famiglia, l’avanzamento era lento.

         Ciò che invece ha provocato una crisi ben più profonda nel sistema neo-patriarcale algerino è stato il passaggio da questo stadio di “modernità controllata” e di “accesso condizionato” alla seconda fase del processo di emancipazione femminile, quella che, iniziata una ventina di anni fa, ha portato tutta una generazione di donne (la nuova generazione a cui accennavo all’inizio del mio intervento) a prendere coscienza del proprio diritto di compiere le proprie scelte di vita e di lavoro in completa autonomia dal potere familiare e collettivo. E forse il modo più chiaro e drammatico (anche se non certo l’unico) di dare prova del raggiungimento della piena libertà nei confronti del controllo della collettività consiste proprio nella decisione di uscire volontariamente dalla collettività stessa, ossia di emigrare o verso altre città oppure verso l’estero.

         La scelta di diventare protagonista della propria esistenza, tuttavia, non ha conseguenze solo sul sistema sociale contro il quale è in qualche misura rivolta, ma anche sulla donna che la compie. È infatti quasi automatico che si insinui in lei il dubbio sulle reali motivazioni che la spingono a comportarsi in modo socialmente non convenzionale. Ci si chiede, insomma, se lo si fa per reale convinzione o solo per desiderio di trasgressione, e quindi per reazione. E, come è facile capire, il dubbio non concerne solo le scelte professionali, ma investe anche altri luoghi della propria identità femminile. La scelta di vivere e non comprimere la propria sessualità al di fuori del matrimonio, per esempio, può diventare più difficile nel momento in cui ci si interroga su quali motivazioni siano alla base di questa decisione. In generale, ogni volta che ai dettami dell’io collettivo tradizionale si preferisce l’autonomia delle scelte individuali può capitare di dover affrontare questa sorta di “riflusso di coscienza”, dovuto al distacco dai principi che regolano (o regolavano) la propria comunità di appartenenza.

         D’altronde, questo distacco è tutt’altro che semplice da mettere in pratica. Dobbiamo ricordare che l’educazione che anche la mia generazione ha ricevuto non prevedeva che le donne dovessero sostenere rapporti sociali (o, più in generale, umani) che esulassero dalla sfera familiare e affettivaaffettiva: la scelta “individualista” può spalancare un baratro di responsabilità completamente inedite, e per far fronte alle quali bisogna, per così dire, attrezzarsi da sole. 

         Cosa succede, dunque, quando una donna, una volta traferitasi (più o meno stabilmente) in un altro paese, si trova a dover sciogliere questo intricato nodo di rapporti con la propria cultura di origine e, nello stesso tempo, a doversi confrontare con un nuovo sistema di valori?

         Per la mia esperienza, devo dire che, a volte, si può trovare di fronte ad una situazione paradossale. A causa di quello sguardo uniformante di cui si diceva prima,  capita infatti troppo spesso che “noi donne algerine”, “noi donne musulmane”, “noi donne del Maghreb” veniamo assimilate in un’unica categoria, quasi che tutti gli sforzi compiuti e le lacerazioni sopportate per affermare la nostra individuale identità non ci abbiano condotto ad altro che a svanire in una visione collettiva, simile a quella che abbiamo tanto combattuto. Rifiutare di avvallare questa visione (mi sembra importante precisarlo) non significa, naturalmente, negare il riconoscimento di percorsi comuni, ma, al contrario, chiedere rispetto per i risultati ai quali questi percorsi hanno portato.

         Un altro punto dolente è quello dell’immagine della donna musulmana nel suo rapporto con l’uomo. Anche in questo caso, la pervicacia della visione che individua in quella maghrebina la donna sottomessa ai voleri dell’uomo per antonomasia contrasta visibilmente con la varietà dinamica dei rapporti uomo-donna che da decenni movimenta le società dei paesi della costa meridionale del Mediterraneo.

         Potrei continuare, ma, tralasciando altri casi in cui mi sono scontrata con una percezione stereotipata delle realtà maghrebine che non rende merito alla gamma di diversità che le attraversa, voglio concludere accennando a come invece, in compenso, il fatto di vivere da otto anni in Italia sia stato molto importante per  individuare e chiarire queste diversità ai miei stessi occhi.

         Il famoso “distacco critico”, congiunto alla continua esigenza di spiegare in modo articolato la mia storia di donna, quella del mio Paese e della mia gente mi portano a precisi e continui riletture e studi della mia società che non sentivo con tanta accuratezza.

         È anche questo un piccolo esempio di come incrociare gli sguardi non possa significare altro, per tutte e per tutti, che interrogare per conoscere meglio.