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Elisa Chimenti (Napoli 1883 - Tangeri 1969):

un'antesignana dell'intercultura

Emanuela Benini

Esperta Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo Ministero degli Affari Esteri

 

Sono molto felice di ritrovarmi a Napoli, città che stimo moltissimo, insieme a voi e in collaborazione con l’équipe del Progetto “Donne Mediterranee” che ha già fatto altrove le sue prove, per rovistare nella memoria delle donne e soprattutto in quella, accattivante, di Elisa Chimenti, migrante illuminata.

        

         Vorrei dapprima ricordare che sull’educazione allo sviluppo - questo strano termine - è in atto un’interessante riflessione informale che, nel sottolineare l’esigenza politica di una concentrazione di azioni ed interscambi tra ONG del Nord e del Sud e di una diffusione nazionale che privilegi il Sud, procede nel senso di una sempre maggiore concretezza nella conoscenza dei grandi temi dello sviluppo, nella promozione di continui raffronti tra addetti ai lavori, scuola e cittadinanza e nella messa a punto di strumenti concreti, efficaci e agibili per un comportamento adeguato del cittadino e per un proficuo scambio interculturale.

        

In quest’ottica interculturale, gli sguardi - poiché di ottica si tratta - vanno incrociati per evitare che siano unilaterali e quindi sterili (devo dirvi che il mio diretto coordinatore, visto il titolo del seminario, si è preoccupato che non diventassi strabica). E questo ci porta a Venere, poiché le donne costituiscono un forte motore e mediatore culturale sia nel tempo, per la trasmissione della memoria, che nello spazio, perché da sempre memori di simbiosi con la natura e con l’universo.

         Ma l’intercultura risponde a precise condizioni: quali sono stati, dunque, i luoghi in cui queste condizioni si sono rivelate tanto favorevoli da sconfiggere la xenofobia? Dovremmo forse studiarli, per fornire esempi di ricchezza culturale e matière à penser alle nuove e alle meno nuove generazioni.

Come si crea il viaggio nella memoria

Sono qui per illustrarvi un esempio vincente, all’incrocio tra un luogo e una donna. Una sera di una decina di anni fa (la mia prima volta a Tangeri), ero a cena nel gelido ma accogliente Consolato italiano. Spiegai al Console Zanetti di come fossi preda del fascino impalpabile della città: Regina d’Africa, Porta d’Occidente, battuta dai venti e pur ridente. Il Console mi rispose senza indugi: “Ho già avuto modo di sentire questi accenti entusiasti per la città da parte di una donna straordinaria, Elisa Chimenti. Dovresti essere tu, Emanuela, a riscattarla dall’oblio in cui, a più di vent’anni dalla morte, è sprofondata”.

         Parole galeotte che mi portano fino a voi. Un primo tentativo di progetto culturale si risolse nella creazione di una Sala Elisa Chimenti nello splendido Palazzo delle Istituzioni Italiane di Tangeri, dopo di che cambiai ufficio e tutto tacque.

         Dieci anni dopo, torno per caso in Marocco e chiedo di una persona che possa avviare lì la ricerca. Maria Pia Tamburlini, vulcano nordico, in meno di un anno riunisce una lodevole quantità di dati sulla Chimenti; io, nel frattempo, svolgo la mia parte in Italia, e così formiamo una rete di professionisti sulle due sponde del Mediterraneo.

         Quando il GVC mi parla di un progetto di educazione allo sviluppo nella stessa area, cito il nome di questo personaggio: da allora, l’effetto Chimenti non conosce sosta.

Ma chi è Elisa Chimenti? Dove comincia, come si sviluppa la vicenda di  questa poliglotta, scrittrice, cronista, educatrice interculturale, insegnante di arabo e docente presso l’Istituto Arabo, antropologa autodidatta, promotrice di solidarietà, amante degli animali, gran dama mediterranea? Vorrei percorrere le sue memorie e il suo contributo alla memoria del suo più che amato paese di adozione.

        

La memoria della famiglia

La primogenita Elisa nasce nel 1883 in questa splendida città mediterranea, che lei stessa definì, con un encomiabile complimento, “città andalusa smarrita in Italia”. È importante rilevare sin da subito l’importanza che avrà per lei la memoria della famiglia, vista come le “sola vera forza coerente”. Elisa, dal dolce nome antico, è profondamente cosciente di essere il sunto di “mille vite anteriori”: dei fieri sardi che hanno convissuto con lo splendore arabo e sublimato l’impronta matriarcale, dei rivoluzionari parigini (risvegliatisi in ogni secolo) da cui proviene la nonna materna, di scienziati anglo-beceri e soprattutto del carismatico padre Rosario, prestante garibaldino, gentil poeta napoletano, medico efficacissimo adorato dalla gente delle due sponde del Mediterraneo, professore universitario, uomo di grande fascino e spirito libero.

         Rosario, che porterà poi in casa della legittima famiglia un figlio naturale dallo sguardo turchese, deve abbandonare, forse a causa di un duello d’onore - d'amore - legato a questa vicenda, la solarità di Napoli per l’accogliente Tunisi. Si sa che i migranti sublimano la cultura di provenienza: i Chimenti lo faranno in modo ancor più efficace, perché si immergeranno senza orientalismo nella profonda cultura magrebina.

         La famiglia si trasferisce poi a Tangeri, non ancora contaminata dal cosmopolitismo: il medico è chiamato presso il sultano Moulay Hassan - controllato dagli spagnoli - e nella sua casa della città araba cura con dedizione e successo non solo i primi europei in arrivo, ma soprattutto (e senza alcuna discriminazione) i tangerini.


Incrocio di sguardi e di strumenti linguistici

Elisa, plasmata dall’apertura mentale e culturale del padre, trae beneficio dalle ottime scelte educative di stampo multiculturale. Dapprima in una sorta di piccola organizzazione babelica europea: immaginate (a suon di french cancan) una farmacia, di sera, in cui bambini e bambine, vengono edotti nelle varie lingue da aji improvvisati, ed Elisa che passa da un tavolo all’altro. Poi Elisa viene ammessa nella modernissima Scuola dell’Alliance Israelite Universelle, insieme ad altri ragazzi e ragazze di varie religioni: una scuola che possiamo definire moderna anche secondo i nostri standard odierni.

         La filosofia dell’Alliance feconderà il suo istinto universalista ed umanitario, la sua prodigiosa capacità di studio ed apprendimento, aliena da soggettività. Fondata nel 1830 da un gruppo di ebrei parigini, l’AIU estende i principi della Dichiarazione dei Dritti dell’Uomo del 1789 ai gruppi più remoti - ebraici e non - nell’intero spazio del Mediterraneo, e intende innanzitutto dare ai bambini un’istruzione moderna, completa, nel rispetto della cultura locale: ad esempio dai suoi ranghi usciranno, dalla scuola pilota "Moïse Allatini" di Salonicco, i giovani turchi. In questo universo multiculturale, ciascun gruppo di espatriati usufruisce di notizie incondizionate di prima mano e i ragazzi crescono in un continuo e proficuo scambio di idee e in una mutua conoscenza dei propri mondi.

         Elisa, che già disserta dottoralmente e scrive in arabo ed in ebraico classici, parla numerosi dialetti nordafricani e domina con sicurezza le lingue scomparse del Mediterraneo e quelle vive d’Europa, fra quali, più tardi, il russo ed il polacco. La giovane Elisa, che ha amici di tutte le lingue e religioni, è una ragazza bruna, piccola, dagli occhi vivacissimi e dal fascino accattivante.


 Memoria di Tangeri

        

Merito della Chimenti è infatti quello di aver fatto conoscere al Marocco di allora, e oggi anche a noi, la sedimentazione a Tangeri di oltre venti secoli di culture mediterranee provenienti da Oriente e irradiate da El Andalus. Nell’introduzione alle sue leggende marocchine la Chimenti precisa che Tangeri “non è né puramente araba né puramente berbera (poiché il pensiero maschio degli arabi, quello rude dei berberi si è fermato all’approssimarsi di Tangeri, donna e voluttuosa) ma un amalgama di tutte le credenze dei popoli, poiché fu la prigioniera e l’amata, quale antica cortigiana iniziata ai misteri di Astarte e di Adone, questa regina del Mediterraneo come la Sulamite del re Suleiman profumata di mirra, d’incenso e di altre essenze, ha sempre saputo attirare lo straniero col suo fascino e rimanergli fedele, più o meno”. Secondo lei le ondate puniche, greche e successive si sono smussate, addolcite nell’impatto con le Colonne d’Ercole. Tangeri è già interculturale prima dell’arrivo degli europei e degli americani, e il trittico arabo-berbero-giudaico che verrà sottoposto alle sferzate del Novecento viene dalla Chimenti, prima e più che da chiunque altro, intelligentemente immortalato nelle sue leggende, e analizzato nelle sue radici.

         Nei suoi studi su queste tre culture, su queste tre religioni coesistenti in un medesimo spazio, la Chimenti scopre che ciò che le accomuna non sono le radici abramiche e il monoteismo, bensì la comunanza o l’osmosi di miti pagani, precedenti la rivelazione. Ad esempio, il pellegrinaggio presso il marabù, presso la tomba di un sant’uomo, è onorato indifferentemente dalle tre religioni, e la mano di Fatma con il pollice più o meno aperto protegge tutti gli "usci" su strada.


La memoria delle donne

La Chimenti ha anche raccolto (in Chants de femmes arabes) la cultura orale berbero-araba delle donne delle montagne. Sono canti che, come la stessa Elisa notò, stupiscono per il fascino melancolico e misterioso che emanano.

         Perché sei venuto così lontano nel tempo è un inno di amore e di venerazione verso l’Uomo Eletto Maometto, che tacitamente travalica le imposizioni della religione. La Chimenti è profonda e delicata nelle sue asserzioni, anche se in qualche verso trapela qualche accento d’angoscia. Avendo dinanzi a sé l’imponente figura del padre, che muore avvelenato per inavvertenza e trasmette a lei, primogenita, il peso della sua vocazione altruistica e interculturale, Elisa farà fatica a crearsi un figura d’uomo scevra da superlativi. La sua indole infermieristica, unita alla sua passione intellettuale per la cultura germanica, la legherà ad un delicato conte polacco, protestante e di cittadinanza tedesca, che il giorno stesso delle nozze tenterà di strangolarla. Il vincolo amministrativo la terrà legata ad un passaporto tedesco che già la prima guerra mondiale le aveva fatto rimpiangere (immaginate quali effetti hanno potuto avere i conflitti mondiali su un microcosmo decentrato quale tangeri al crocevia tra due mondi). Di lì in avanti la sua vita sentimentale sarà discreta, ma non inconsistente.

         Come abbiamo già detto a Bologna, in Au cœur du harem Elisa Chimenti sarà la prima marocchina a farci entrare in un harem, illustrandoci con dolcezza e lucidità gli equilibri dei rapporti di forza fra uomo e donna, l’intensità del legame fra la donna e l’universo, la realtà della poligamia non sancita a livello sociale, ma imposta alla prima eletta a causa della sua diminutio fisica (l’uomo è vecchio a sessantacinque anni, la donna a venti). La morale dell’opera (intreccio delizioso e ben strutturato di sguardi di donne di ogni età, religione, ceto sociale) si racchiude nell’arte di non donarsi mai pienamente ad un uomo, ma di trarre da se stessa e dalla solidarietà femminile la forza vitale.

         La realtà dell’harem (il cui mito continua a nutrire l’immaginario maschile - e femminile - europeo da tre secoli) solo ultimamente è stata messa a fuoco dalla letteratura sudmediterranea (pensiamo alle opere di Assia Djebar, o a quelle  Fatima Mernissi). Rispettosa dei dettami di una morale diversa, la Chimenti è contraria ai matrimoni interreligiosi, e rifiuterà di sposare un bellissimo dignitario musulmano, che sarà il grande amore della sua vita, per non perdere la propria libertà. Ciò nonostante, accarezzò spesso l’idea di scrivere un libro sulle donne europee che sposarono felicemente principi musulmani: pensava in particolare a Emily Keene, a Jane Digby, ad Aimée Dubucq de Rivery, a May Torok von Szendrö. La Chimenti ha passato la vita a forgiare segreti, e li ha portati con sé nella tomba.

Memoria quotidiana e lucido sguardo politico

Per difendere l’opinione sul Marocco intravista sulle pagine dei giornali europei, la Chimenti avvia un carriera di infaticabile cronista, che durerà sessant’anni. Grazie alla sua profonda e rispettosa conoscenza delle culture, messe costantemente a confronto, e al suo lucido sguardo politico (soprattutto per quel che riguarda i conflitti dichiarati o latenti) comincia col descrivere le origini e avventure degli europei più genuini in Petits blancs marocains, per poi analizzare tutti gli aspetti della vita della città. Una sua citazione può essere molto significativa della sua ottica: “Non ridere di quelli la cui suprema sicurezza è riposta nel futuro”. E questo nel più puro "politically correct".


Depositaria della memoria e attiva divulgatrice

Elisa Chimenti è una narratrice avvincente: con verve accattivante e misurata raccoglie e struttura, traendole da una molteplicità di culture, leggende che hanno come protagonisti personaggi umani ed animali (mi riferisco ad opere come Legendes marocaines, Eves marocaines e Le sortilège et autres contes séfardites, tutte, al momento, in attesa di riedizione) e gis (come nell’inedito Les Genies).

         Elisa fondò, insieme alla madre la prima scuola italiana di Tangeri: una scuola su base familiare ed interculturale, che le venne in seguito sottratta - ubi major - al momento dell’apertura della scuola governativa presso l’ex palazzo del sultano Moulay Hafid, divenuto Palazzo delle Istituzioni Italiane. Donna libera, e pertanto souffre-douleur dell’amministrazione, la Chimenti, attraverso varie vicissitudini, vi insegnerà per 40 anni.

         Generazioni intere di tangerini (anche adulti) hanno imparato da lei l’inglese, il francese e l’arabo. Il suo metodo si basava su una tecnica  sorprendente quanto efficace: la visualizzazione mimica della parola. Per i propri scritti la sua scelta cadde essenzialmente sul francese, lingua della nonna rivoluzionaria parigina e idioma di sviluppo e di divulgazione, anche se oltre all’arabo, la lingua di Tangeri è lo spagnolo. Narratrice meravigliosa, psicologa lucidissima, la Chimenti va inserita - insieme a Richard Burton e Isabelle Eberhardt (arabisti come lei) i fratelli Reinach e pochi altri - nel novero dei grandi poliglotti dell’Ottocento. Il segreto della sua straordinaria capacità di apprendimento risiede forse nell’importanza che le cadenza non solo dei suoni, ma anche delle luci e dei profumi, hanno per lei in questo mondo orientale, così generoso di sensazioni e soprattutto di serenità.

         Le sue doti non sfuggirono né agli intellettuali rabbini (che le riconobbero una approfondita cultura talmudica), né agli intellettuali nazionalisti arabi: sarà la prima donna a insegnare in una Scuola Araba, quella fondata dall’eroe Guennoum, suo fraterno amico.


Promotrice di solidarietà e partecipe del futuro del Paese

La Chimenti era profondamente convinta che il Marocco avrebbe raggiunto l’autonomia. Quando i nazionalisti, durante gli scontri con gli spagnoli, le chiesero di convogliare aiuti e alimenti agli arabi di Tangeri colpiti dalla carestia, le sorelle Chimenti istituirono molto efficacemente una Aide Fraternelle tutta al femminile, insieme alle dame della città.

Ai posteri l’ardua sentenza

Solo nei suoi ultimi anni Elisa Chimenti poté ricevere un parziale riconoscimento da parte italiana: la medaglia al Merito della Repubblica e, malgrado l’intercessione del Presidente Segni, sardo come lei (in quanto esiliata si sentiva profondamente figlia di un’isola eroica che aveva saputo convivere con lo splendore arabo e dare alla propria organizzazione una forte impronta matriarcale), dovette con fatica insegnare fino all’ultimo, e fino all’ultimo non cessò di studiare e di scrivere. Morì nel 1969, onorata solo dai pochi amici rimasti.

         Dopo trent’anni, la sua figura è uscita dall’oblio grazie alle azioni interculturali promosse dalla cooperazione italiana.