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Introduzione*
Raffaella Lamberti
Presidente dell'Associazione Orlando

Mi presento: sono la presidente dell'Associazione Orlando, una delle associazioni emanate dal Centro delle Donne che ci ospita oggi.
Vorrei dire molte cose sull'iniziativa di oggi: cercherò di staccarne qualcuna, per presentarla nel modo più nitido possibile. Credo infatti che ci siano molti motivi di gioire partecipando ad una giornata di incontro come questa.
Il primo, a cui Luigi Seghezzo ha già accennato, dipende dal vedere i primi frutti del grande lavoro di connessione fra diverse realtà associative che stiamo conducendo. L'Italia ha una peculiare vocazione per il particolarismo, perseguito a volte per scelta, a volte per necessità. In questo caso, organizzazioni non governative e associazioni femministe hanno invece cercato di lavorare insieme. Lo stiamo facendo oggi, lo facciamo da più di un anno in Albania, dove un nostro progetto, che promuove il potenziamento socio-culturale della donna spaziando dall'ambito agricolo a quello dei lavori socialmente utili (di cui, come sanno molte amiche oggi presenti che vi hanno collaborato, c'è in quel paese estrema necessità), ha appena inaugurato, a Valona, un Centro per la salute e i diritti riproduttivi delle donne. Nel progetto sono impegnati undici cooperanti (o espatriati che dir si voglia): dieci giovani donne ed un giovane uomo (che consideriamo socia ad honorem per la sua bravura), che lavorano con grande unità di metodi ed intenti nonostante appartengano ad undici organismi differenti.
Un altro fattore che rende speciale l'incontro di oggi si individua con un colpo d'occhio a questo tavolo, intorno al quale sono sedute donne italiane e donne che abitano in altri paesi del Mediterraneo accanto a donne migranti. Credo che la compresenza, l'apporto attivo e soprattutto la connessione di queste tre soggettività femminili siano assolutamente necessari per inquadrare in un'ottica di genere le relazioni fra i nostri paesi, e per affermare con pienezza il ruolo della donna come soggetto politico internazionale, dando continuità a quel lungo percorso di cui una delle tappe fondamentale è stata sicuramente la conferenza di Pechino.
Che cosa ci aspettiamo, dunque, da questo programma sul Mediterraneo?
Ci aspettiamo, in primo luogo, di rinsaldare i rapporti internazionali che le donne mediterranee hanno già cucito negli ultimi vent'anni. Faccio un esempio che mi tocca da vicino: nella nostra sede, il Centro delle Donne di Bologna ospita formalmente e giuridicamente due Centri analoghi di donne che, pur operando nei loro paesi, non avrebbero potuto ottenere riconoscimento. Si tratta dei Centri di Nablus, in Palestina, e di Pristina, in Kosovo, che hanno sede in via Galliera, a Bologna.
Sono incontri che consideriamo sempre più importanti per affiancare il sostegno alle lotte femminili per la libertà e l'autonomia di ruolo in ogni paese alla critica dei modelli di sviluppo e al tentativo di lavorare da donne alla soluzione non violenta dei conflitti.
In secondo luogo, ci aspettiamo di allargare sempre più questa rete, attraverso l'inclusione di soggetti e punti di vista diversi, nati da esperienze diverse di cooperazione, di educazione e di associazione. Senza questa convergenza, non si vede come si possano risolvere i nodi delle questioni che, come donne e uomini del Mediterraneo, ci stanno più a cuore.